«La Cina è vicina!»: rievocando il titolo di un celebre film di Marco Bellocchio, il prof. Iachello, docente di Storia contemporanea e Metodologia della ricerca storica, nonché preside della facoltà di Lettere e Filosofia, il 29 Aprile 2008 presso l’aula A1 del Monastero dei Benedettini ha lanciato la rassegna cinematografica interamente dedicata alla Cina di e dopo Mao.
A seguire la prof.ssa Agata Sciacca, docente di Storia e critica del cinema e la dott.ssa Elena Asciutti, consulente e programme officer per l’Unesco Beijing Office, hanno ricostruito un breve quadro storico della Cina a partire dagli anni del secolo precedente senza il quale non avremmo compreso l’attuale affermazione della cinematografia cinese.
Per chi non lo sapesse, la Cina, nei primi anni del ventesimo secolo, era solo una terra fertile per le esportazioni cinematografiche internazionali (soprattutto delle pellicole hollywoodiane). La realizzazione del primo lungometraggio cinese risale al 1912. Con la nascita della Repubblica popolare cinese ad opera di Mao, dal 1949 al 1976, la Cina abbraccia una politica delle “grandi campagne”. Da questo momento, Mao Zedong e il partito Comunista si impegneranno ad intrecciare lo scenario cinematografico al loro governo. Viene infatti creato l’Ufficio Centrale del Cinema. La produzione cinematografica precedente al 1949 però viene quasi interamente perduta perché non conforme allo spirito rivoluzionario. Non ci restano dunque pellicole prodotte nell’arco di ben 30 anni!
Con Mao la censura inizia ad essere prepotente e preponderante ma la dissoluzione del sogno di un orizzonte artistico e di una vita socio-culturale libere da ogni forma di repressione si compie con la Rivoluzione Culturale. Nel nome di una modernizzazione culturale e di una industrializzazione forzata per favorire il “Grande Balzo in avanti”, Jiang Qing (ex attrice nonché moglie di Mao), riprende in modo serrato la censura. Il cinema diventa uno strumento propagandistico e pedagogico. Nessun film avrebbe varcato la soglia se non realizzato in chiave filogovernativa. Un retaggio che accompagnerà anche i cineasti della 6° generazione! Lo Sato dunque sovvenzionava i cineasti e paradossalmente, nonostante le impostazioni del regime, quest’ultimi ebbero più possibilità di sperimentazione.
Il cinema cinese registra una rinascita e con il governo di Deng Xiaoping (dopo aver soppiantato la Banda dei quattro ovvero dei quattro politici della Repubblica Popolare Cinese che furono arrestati nel 1976 perché accusati di preparare un colpo di Stato) riapre l’Accademia del Cinema di Pechino.
Finalmente nascono i primi veri autori, registi e tecnici per la sezione cinematografica. Nasce anche un nuovo linguaggio visivo: meno teatrale e più realista. I precursori del Cinema Indipendente sono dunque quelli della 5° generazione (Zhang Yimou, Chen Kaige, Zhang Junzhao). Tra gli eredi del nuovo cinema indipendente brilla Zhang Yuan , appartenente alla sesta generazione, il quale è riuscito ad unificare autonomia produttiva e autonomia espressiva e a lanciare un nuovo filone cinematografico orientato verso la denuncia e contro l’omologazione tipica del cinema cinese a lui precedente.
Con La guerra dei fiori rossi (2006) Zhang Yuan vuole lanciare un interrogativo: “La rivoluzione socialista è conclusa?”. Il portatore attivo di questo interrogativo è il piccolo Qiang, un bimbo di quattro anni, costretto ad inserirsi nell’ottica severa di un istituto pechinese. L’asilo si rivelerà un vero e proprio lager per la rieducazione (e sicuramente Yuan alludeva ai laogai cioè ai campi di concentramento creati in Cina da Mao nel 1950). Ogni giorno i piccoli sono costretti al rigore, a rituali di impianto militaresco come: la detersione delle mani prima di un pranzo, l’evacuazione delle feci alla stessa ora e in fila, la memorizzazione di insensate filastrocche, la vestizione davanti a tutta la classe, ecc... Solo chi riesce a conformarsi alla disciplina, conquista un fiore rosso. Chi ne accumula almeno cinque sulla lavagna di rendimento posizionata in classe diventa capoclasse ed esempio per tutti.
L’intero film sembra la metafora un po’ ridicola del regime maoista. A questo proposito, alcune tracce appaiono evidenti: le regole della scuola sono improntate sui dettami della rivoluzione socialista, il passaggio dei soldati con dei fiori rossi sul petto nella scena finale ricorda le guardie rosse, l’asilo è un edificio aristocratico sottratto e adeguato alle nuove esigenze. La scenografia di impianto minimale acquista originalità grazie alla fotografia di Yang Tao (quasi onirica la scena in cui Qian rincorre l’amica Yang Nanyan sullo sfondo di un tramonto o quando il protagonista sorvola i lettini allineati come il famoso Peter Pan). Carlo Crivelli ha curato invece la colonna sonora del film scegliendo una musica orientata su motivi etnici. Il montaggio è stato affidato a Jacopo Quadri.
Alcune curiosità:
per la realizzazione del lungometraggio Yuan ha selezionato ben 135 bambini!;
il film è tratto dal romanzo Kan shang qu hen mei di Wang Shuo;
il film ha partecipato a numerosi festival internazionali, tra cui il Festival di Berlino, conseguendo diversi riconoscimenti.









