Breve riflessione sulla decadenza

mercoledì 16 aprile 2008, di Pietro Russo

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Ho visto le migliori menti della mia generazione assuefatte ai principi che regolano il mercato editoriale odierno.

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Allen Ginsberg

Probabilmente Allen Ginsberg se fosse ancora vivo e avesse scritto di questi tempi Howl, il suo famosissimo poema-manifesto di una generazione, vi avrebbe certamente inserito questo verso. Avrebbe urlato appunto contro la landa desolata che è il panorama letterario di questi ultimi anni. Prendere di mira Moccia additandolo come il capro espiatorio delle storture editoriali è, oltre che inutile, intellettualmente disonesto.

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Federico Moccia

Oltretutto chi scrive confessa di non aver mai letto uno dei best-sellers (che sembrano dover aumentare di numero di anno in anno) dell’autore di Tre metri sopra il cielo; una critica aprioristica del suddetto sarebbe, dunque, un atto di assoluta vigliaccheria. Il fenomeno-Moccia, così come viene chiamato, va collocato in un contesto più ampio che è quello delle preferenze (de gustibus non disputandum est) letterarie del pubblico.

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William Shakespeare

E se la bilancia del gradimento della massa dei lettori pende nettamente per le storie d’amore adolescenziale di Moccia e non, per esempio, su Romeo e Giulietta, allora vuol dire che il problema è più serio di come può superficialmente apparire. In epoca post-warholiana la mercificazione (prostituzione?) della creazione artistico-intellettuale è una realtà innegabile e versare lacrime per una concezione romantica della letteratura come mezzo di espressione di nobili sentimenti risulta essere una reazione anacronistica e quindi poco adeguata alla realtà storico-sociale odierna.

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Italo Calvino

Scrivere un libro non è più prerogativa di genii romantici o raffinati intellettuali, ma una “professione” che chiunque può compiere indistintamente. Se da un lato questo cambiamento ha portato una sorta democratizzazione nella produzione della letteratura, dall’altro non si può fare a meno di osservare come questa pluralità di offerta di testi letterari ha decretato un notevole abbassamento degli standard qualitativi della produzione stessa.

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Cesare Pavese

E i tempi del secondo dopoguerra, in cui personalità del calibro di Pavese, Calvino, Vittorini si occupavano in prima persona anche dell’attività editoriale del nostro paese, sembrano lontani. Ancor più lontani se si pensa che anche la casa editrice Feltrinelli, storica roccaforte di un certo tipo di impegno politico-culturale che vanta tra l’altro la “scoperta” di testi come Il dottor Zivago o Il Gattopardo (tanto per citare i fiori all’occhiello), oggi nella selezione delle primizie da pubblicare sembra avere abbandonato i criteri che l’hanno sempre contraddistinta a favore di logiche esclusivamente di mercato. Come a dire che il cancro è ben più radicato in profondità e coinvolge tutti i membri che partecipano al processo letterario, dall’editore al fruitore.

Versare lacrime non serve a niente, e per fortuna Pavese, Calvino e Vittorini si possono leggere all’infinito.


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3 Messaggi del forum

  • Negli ultimi tempi mi è molto spesso capitato di leggere o di sentir dire che la nostra era è la peggiore di tutte , sotto ogni punto di vista , sembra che il XXI secolo sia stato investito da una piena di mali irreparabili , e i colpevoli di questo si cercano ovunque, e, ove non si trovano, si suole accusare l’indefinita e amorfa massa. A tutti è consentito oggi di erigersi a grandi interpreti dei valori morali , etici e soprattutto culturali. Noi studenti di lettere siamo la razza peggiore, i primi, in genere, a salire sul podio e a parlare con disinvoltura di "prostituzione della creazione letteraria" e di "abbassamento degli standard qualitativi", parlare quindi di decadenza in ambito letterario è diventato usuale , a tal punto da scadere, consentitemi , nella retorica. Non sono certo una fan di Moccia , ma ritengo che non si tratti di un male dei nostri tempi. Mi scuserete quindi se mi abbandono per un momento ad una piccola analisi storica della questione. Da sempre gli intellettuali , che dovevano vivere del loro mestiere, hanno dovuto fare i conti con i destinatari delle loro opere , poiché la fama , il prestigio, ma anche e soprattutto il compenso , dipendeva da quanto l’autore riuscisse a compiacere e ad allettare il suo uditorio. Da tempo immemore quindi chi scrive , e ha bisogno di essere letto , deve fare attenzione a chi legge. Questo si è cominciato a concretizzare nell’età Ellenistica quando i poeti dovevano tener conto dei sovrani, Callimaco, probabilmente, non avrebbe scritto La chima di Berenice se non fosse stato costretto a compiacere la dinastia tolemaica, e gli esempi di encomi velati e palesi potrebbero moltiplicarsi all’infinito, per tutta l’età imperiale, infatti, a Roma gli autori di cui ci sono rimaste le testimonianze, o si lamentano della loro misera condizione di dover compiacere la famiglia imperiale, o lo fanno senza lamentarsene; Virgilio stesso , che nessuno si sognerebbe di accusare di prostituzione letteraria, ha forzato il mito delle origini di Roma pur di dimostrare l’origine divina della gens Iulia. E questo è andato avanti nel Medioevo e ancor di più nel Rinascimento, basti pensare a Ludovico Ariosto e la corte estense. Comprendo bene come questi esempi possano sembrare lontani anni luce da quella che è la situazione attuale, ma a mio parere sono invece vicinissimi. Quello che bisogna fare è riuscire a comprendere come l’uditorio dell’intellettuale sia passato da una ristrettissima cerchia di cortigiani a una moltitudine indiscriminata e sempre più culturalmente frammentata ed eterogenea. Questo non ha semplificato il ruolo dell’intellettuale ma al contrario lo ha reso estremamente complesso, se infatti agli intellettuali di un tempo bastava dedicare il proemio della loro opera al signorotto di turno per "guadagnarsi da vivere", oggi il mestiere dello scrittore è diventato durissimo, e per ingraziarsi il proprio uditorio (il che equivale a riuscire a vendere molto) chi scrive deve necessariamente interessare chi legge , e come interessarlo se non scrivendo di quelle che sono le problematiche e le mode in cui vive. Moccia ha raccontato quello che accade agli adolescenti dei nostri tempi, e con parole che dagli adolescenti potevano essere comprese, altri , come J.K.Rowling, hanno invece preferito inventare un mondo fantastico dove grandi e piccini potessero rifugiarsi. Vicini o lontani dalla realtà gli autori contemporanei non hanno nulla di diverso dai loro colleghi che li hanno preceduti nei secoli, il loro scopo è il medesimo, sono i destinatari delle loro opere a essere cambiati. Quello che differenzia Callimaco , Virgilio , Ariosto , Shakespeare , e tutti i grandi autori della letteratura mondiale di tutti i tempi è la loro grandezza stessa di scrivere opere che, sebbene legate al loro contesto e al loro tempo, hanno avuto la capacità di annullare il tempo e di trasmettere anche oggi , sebbene in maniera diversa, emozioni e sensazioni , capaci di commuovere e di sconvolgere. Lasciamo quindi che siano i posteri a giudicare quali testi valicheranno i secoli e quali opere diverranno immortali.

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    • L’intervento dell’ignoto "studente di lettere", molto apprezzabile per la lucidità critica e l’acume classicista, sembra negare o quantomeno ricondurre sui binari della normalità la presunta "decadenza" della letteratura contemporanea, e lo fa adducendo esempi dell’antichità classica. Precisando che da parte mia non mi sogno nemmeno di "erigermi a grande interprete dei valori morali, etici e soprattutto culturali", e che non sarò certamente io ad accusare Virgilio di "prostituzione letteraria", ci tengo a fare un’ulteriore riflessione sul tema, stimolato anche da questo intervento. Il mio articolo (dal titolo forse un pò infelice) non era certo un j’accuse nei confronti di Moccia o chi per lui (continuo a ribadire di non averlo letto, e credo che mai lo farò dato che ritengo che una vita sola non basti per leggere tutti i capolavori fin qui scritti nel corso dei secoli, e quindi preferisco spendere il mio tempo libero leggendo magari l’opera omnia di Dostoevskji e non 3msc"), ma voleva semplicemente essere una riflessione, forse un pò viscerale ma non per questo meno onesta, sui gusti letterari odierni pienamente consapevole del fatto che bisogna "riuscire a comprendere come l’uditorio dell’intellettuale sia passato da una ristrettissima cerchia di cortigiani a una moltitudine indiscriminata e sempre più culturalmente frammentata ed eterogenea". Appunto per questo io non mi sento di condividere gli esempi dell’ignoto interlocutore perchè ritengo siano troppo radicati nella "antichità". A scanso di equivoci: nessuno vuole negare l’incommensurabile grandezza di Virgilio o Ariosto; però io credo che le radici di un processo di massificazione della letteratura (e di tutte le arti in genere) siano da individuare principalemente negli ultimi due secoli di storia, diciamo dall’espandersi del sistema capitalistico in Europa e nel mondo del secondo ottocento. Soltanto in questo contesto credo sia lecito parlare di "mestiere dello scrittore" e di "fruitori" (intesi appunto come un’ anonima massa che paga del denaro per usufruire del lavoro dello scrittore). E scindere il fattore letterario-culturale dalle logiche econoniche dominanti in quel determinato periodo storico non mi sembra essere, a mio avviso, un approccio al problema non particolarmente illuminante. Mi accorgo però di avere usato indiscriminatamente il termine "scrittore" quando ritengo sia più opportuno usare la distinzione calviniana tra "scrittore" e "romanziere". Tra i primi annovererei Virgilio, Ariosto, Shakespeare etc., tra i secondi Moccia&Co. Uno scrittore, di qualsiasi epoca faccia parte, esprime determinati valori in cui si riconosce una collettività (il mito fondativo di Roma e i valori morali e civili da tutti riconosciuti nella roma imperiale) o ne denuncia la mancanza (la travagliata situazione politica e militare dell’Italia quattro-cinquecentesca frazionata in piccole corti) anche se non manca di omaggiare "il signorotto di turno", o semplicemente esterna il suo punto di vista, di solito sempre con onestà intellettuale e lucidità critica. Tra le schiere dei "romanzieri" metterei invece tutti i furbetti che tirano a campare sfornando instancabilmente best-sellers che scalano le vette delle classifiche dei libri più venduti. Forse è una concezione un pò snobbistica dell’arte e della letteratura, però personalmente non mi rassegno a come vadano le cose negli ultimi tempi. E confidare nella variante artistica della teoria evoluzionistica darwiniana ("Ai posteri...") non mi basta.

      Pietro Russo

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      • ERRATA CORRIGE:

        "

        E scindere il fattore letterario-culturale dalle logiche econoniche dominanti in quel determinato periodo storico non mi sembra essere, a mio avviso, un approccio al problema non particolarmente illuminante

        "

        Per una mia svista personale ho inserito un "non" di troppo in questo periodo. Il senso della frase cambia completamente rispetto a quello che volevo dire io. Chiedo scusa.

        Pietro Russo

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