Ho visto le migliori menti della mia generazione assuefatte ai principi che regolano il mercato editoriale odierno.
Probabilmente Allen Ginsberg se fosse ancora vivo e avesse scritto di questi tempi Howl, il suo famosissimo poema-manifesto di una generazione, vi avrebbe certamente inserito questo verso. Avrebbe urlato appunto contro la landa desolata che è il panorama letterario di questi ultimi anni. Prendere di mira Moccia additandolo come il capro espiatorio delle storture editoriali è, oltre che inutile, intellettualmente disonesto.
Oltretutto chi scrive confessa di non aver mai letto uno dei best-sellers (che sembrano dover aumentare di numero di anno in anno) dell’autore di Tre metri sopra il cielo; una critica aprioristica del suddetto sarebbe, dunque, un atto di assoluta vigliaccheria. Il fenomeno-Moccia, così come viene chiamato, va collocato in un contesto più ampio che è quello delle preferenze (de gustibus non disputandum est) letterarie del pubblico.
E se la bilancia del gradimento della massa dei lettori pende nettamente per le storie d’amore adolescenziale di Moccia e non, per esempio, su Romeo e Giulietta, allora vuol dire che il problema è più serio di come può superficialmente apparire. In epoca post-warholiana la mercificazione (prostituzione?) della creazione artistico-intellettuale è una realtà innegabile e versare lacrime per una concezione romantica della letteratura come mezzo di espressione di nobili sentimenti risulta essere una reazione anacronistica e quindi poco adeguata alla realtà storico-sociale odierna.
Scrivere un libro non è più prerogativa di genii romantici o raffinati intellettuali, ma una “professione” che chiunque può compiere indistintamente. Se da un lato questo cambiamento ha portato una sorta democratizzazione nella produzione della letteratura, dall’altro non si può fare a meno di osservare come questa pluralità di offerta di testi letterari ha decretato un notevole abbassamento degli standard qualitativi della produzione stessa.
E i tempi del secondo dopoguerra, in cui personalità del calibro di Pavese, Calvino, Vittorini si occupavano in prima persona anche dell’attività editoriale del nostro paese, sembrano lontani. Ancor più lontani se si pensa che anche la casa editrice Feltrinelli, storica roccaforte di un certo tipo di impegno politico-culturale che vanta tra l’altro la “scoperta” di testi come Il dottor Zivago o Il Gattopardo (tanto per citare i fiori all’occhiello), oggi nella selezione delle primizie da pubblicare sembra avere abbandonato i criteri che l’hanno sempre contraddistinta a favore di logiche esclusivamente di mercato. Come a dire che il cancro è ben più radicato in profondità e coinvolge tutti i membri che partecipano al processo letterario, dall’editore al fruitore.
Versare lacrime non serve a niente, e per fortuna Pavese, Calvino e Vittorini si possono leggere all’infinito.







