CINASCOPIO / Le biciclette di Pechino

venerdì 9 maggio 2008, di Ilaria Sangregorio

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Le biciclette di Pechino è un film di Wang Xiaoshuai, regista dell’Accademia del Cinema di Pechino e promotore del film indipendente. Fortemente ostacolato dalla censura cinese e in particolar modo dall’Ufficio del Cinema, il lungometraggio è riuscito a varcare le porte del gigante rosso solo nel 2001 e ad ottenere riconoscimenti a livello internazionale. Xiaoshuai cerca di rappresentare uno spaccato della Cina moderna (non a caso il film occupa la sezione CINA OGGI) toccando alcune problematiche legate fortemente alla modernizzazione che ha travolto la Cina.

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Spicca innanzitutto il motivo dell’emigrazione. Nel limbo, fra un’ampia fetta di Cina che non è più contadina e non è più operaia, emerge la nuova figura del contadino fluttuante. Il film si apre con la sequenza di alcuni volti, giovani schierati con una divisa e una bicicletta argentata al loro fianco. Sono ragazzi provenienti dalle zone rurali che cercano di entrare a far parte della nuova comunità urbana. Vengono tutti assunti da una ditta di consegne a domicilio. Il direttore della ditta Pony Express già dalle prime battute sottolinea il divario tra città e campagna: «Il vostro aspetto è l’immagine della nostra ditta. Dovete far tesoro di questa opportunità [...] Voi siete i piccioni viaggiatori dei tempi moderni!».

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Affiora il ritratto di una città dicotomica: lussuosi grattacieli e vicoli malsani, lo splendore della città e i cosiddetti villaggi cancro. In questo scenario si intreccia la storia di due ragazzi, apparentemente di diversa estrazione sociale, accomunati da uno spirito combattivo e testardo. Due ragazzi e una bicicletta. Per Guai, ragazzo sedicenne e fattorino della Pony Express, la bicicletta è un bisogno, un mezzo che gli permette di lavorare e di garantirsi un futuro migliore lontano dalla schiavitù. Per Jian, la bicicletta è invece un mezzo di emancipazione e di affermazione di fronte al gruppo, l’oggetto che può avvicinarlo alla ragazza di cui è innamorato. Due storie parallele ma al contempo individuali. Due vite che si incrociano quando durante il solito giro di consegne, Guai subisce il furto del veicolo che gli costa la perdita del lavoro. Licenziato in tronco dal direttore, Guai cerca di trovare un compromesso: il direttore lo avrebbe riassunto nel caso in cui avesse ritrovato la bicicletta.

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Inizia così una ricerca disperata per le vie di Pechino. La bicicletta verrà ritrovata casualmente dall’ amico con il quale Guai condivide una casupola. Si scopre che colui che possiede la bici è uno studente di nome Jian, il quale (dopo aver rubato i risparmi dei suoi genitori riservati all’istruzione della sorellina) ha comprato il mezzo al mercato dell’usato. Guai tenta di riprendersi l’oggetto indispensabile per la sua sopravvivenza ma più volte viene picchiato dagli amici di Jian (straziante la scena in cui Guai si aggrappa alla bici piangendo disperato nonostante una banda di ragazzi continui a picchiarlo). Dopo una lunga trattativa, i due decidono di condividere la bici, usandola un giorno ciascuno. Siamo ben lontani dal genere di stampo propagandistico, apologetico. I temi sfiorati sono dei più attuali: il bullismo, la violenza, l’istruzione, la competizione, le relazioni interpersonali, la solitudine, per citarne alcuni. L’impostazione neorealista ha sicuramente subìto l’influsso del cinema europeo dell’immediato dopoguerra. Il titolo, ad esempio, evoca immediatamente il film di Vittorio De Sica, Ladri di biciclette; in entrambi i casi, la forza dirompente della verità è accompagnata da una narrazione lineare ed equilibrata. Dal punto di vista tecnico, la scenografia sembra annullarsi; le inquadrature sono fisse, sullo stesso piano di chi guarda. L’assenza di ogni forma di sociologismo e di psicologismo lascia spazio solo al linguaggio filmico. Singolare la fotografia; l’obiettivo della macchina da presa riesce a catturare la trasformazione in atto nella Cina di quegli anni (1950-60).

L’opera si chiude con l’immagine del giovane Guai che porta sulle spalle, quasi come un trofeo, la sua bici, sottratta, dopo una colluttazione, ad un gruppo di teppisti, mentre sullo sfondo dirompe il traffico di una Cina ormai caotica. Ancora una volta salta all’occhio un contrasto: la bicicletta assurge quasi a simbolo di arretratezza, nel contesto di una società che corre sempre più veloce, e diventa paradigma di una povertà che divora e che può essere aggirata solo se nella lotta contro il più forte sei il vincitore.


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