Caso Stabile. Puggelli: «Lusingato, ingannato e vittima di oscure manovre»

giovedì 6 dicembre 2007, di Redazione

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Per mesi se n’è stato buono buono respingendo cortesemente ogni richiesta di commento o intervento a proposito delle grandi manovre in preparazione, in corso e poi avvenute al teatro Stabile di Catania. Ma adesso che è stato fatto fuori anche lui, Lamberto Puggelli racconta la sua verità: lo fa con una lettera aperta che pubblichiamo in esclusiva, ma anche con una lunga chiacchierata. Puggelli non perde mai la pacatezza né si lascia andare oltre le righe. Si limita a raccontare fatti, date, episodi. E questi sì che sono interessanti.

- Come mai parla solo ora?
«Perché non m’interessa e non voglio scendere in polemiche che non mi appartengono. Anche adesso sono qui per mantenere una promessa: le avevo detto che se il caso mi sarei fatto vivo. Ma l’intervista acida o polemica non avevo e non ho intenzione di rilasciarla».

- Cerchiamo solo di capire e di spiegare cos’è successo o cosa sta succedendo. E lei ora dice che «è il caso» di chiarire. Perché?
«Perché girano troppe menzogne. La prima: io non ho mai dato le dimissioni. Però l’hanno detto e l’hanno pure affisso in bacheca: “...avendo rinunciato Puggelli all’incarico...” Questa è una grossa bugia. E lo è pure che io sia stato contrario alla nomina di Domina».

- Allora cos’è successo?
«Tutti i direttori quando s’insediano portano due tre collaboratori fidati. In questo senso avevo fatto una richiesta e mi era stato risposto di no. Tutto ciò accadeva ai primi di giugno. Bene, indicatemi voi i nomi, gli dico, e dopo vado in consiglio d’amministrazione per discuterne. Ma non succede niente. In settembre viene fuori il nome di Domina, che aveva retto egregiamente l’amministrazione di una struttura ancora più turbolenta e più complessa dello Stabile, l’Università. Ne parlo con Buttafuoco, lui mi chiede chi è Domina, io glielo dico, lui dice va bene e si va avanti. Ai primi di novembre mi viene incontro questo signore simpaticissimo, Nino Domina, persona con il curriculum a posto ed oltretutto estremamente gradevole. Insomma ci conosciamo ed entriamo pure in sintonia. Ecco perché dire, come è stato detto e scritto, che Puggelli se ne va perché contrario a Domina significa mettere zizzania dove non ce n’è».

- Ho capito. Ma allora cos’è che non va o non andava?
«Sono stato ingannato. E’ questo il discorso. Ci ho messo quattro mesi a capirlo, avrei dovuto capirlo ai primi di maggio, quando mi telefonò Pippo Baudo per annunciarmi due cose: la mia nomina a direttore artistico e le sue dimissioni da presidente. Dopo qualche giorno sono andato a Roma, a casa di Pippo, pregandolo di ritirare le dimissioni. E lui respinse cortesemente ma fermamente: “No, guarda, è una situazione difficile e io mi tiro fuori, ma anche tu stai attento”. Così mi disse Baudo...»

- E quindi?
«Quindi solo ora capisco e interpreto molti segnali e avvertimenti da me stupidamente sottovalutati o addirittura ignorati per tutto questo tempo. Sono stato forse uno sciocco ma certamente in buona fede e fiducioso, sicuramente entusiasta per un lavoro che mi piaceva e che avrei dovuto, voluto e potuto svolgere. Io non me ne sono accorto in tempo ma loro avevano già pronto tutto. Una vera e propria spartizione programmata. Ma sia chiaro che le dimissioni io non le ho date: mi hanno mandato via e me ne vado perché cacciato. Non voglio fare polemiche, non in questa sede, ma tutto quello che dico è documentato e documentabile. Provo un po’ di rabbia perché solo ora capisco la tecnica: sa come si faceva con le reclute, gli si davano continuamente colpi in testa per fargli capire chi comanda e perché siano proni e pronti a dire signorsì, ad attaccare l’asino dove vuole il padrone».

- Ma chi sono “loro”, e in che occasione lei ha ricevuto questi “colpi”?
Scrivo una lettera al Piccolo Teatro di Milano e una settimana dopo da Catania, dallo Stabile, parte una lettera certamente non mia con il contrordine. Scrivo al Teatro Rossetti e succede lo stesso, scrivo al Teatro di Roma e succede lo stesso. Scrivo alla Einaudi e succede lo stesso. Smentivano anche all’interno del teatro i miei ordini di servizio: dicevano che bisognava render conto di tutto ma proprio tutto al direttore amministrativo facente funzioni, tale Bozzanca. Faccio il programma di sala e me lo ritrovo tagliato con l’accetta, trasfigurato, con intere pagine strappate e altre, a me sconosciute, improvvisamente apparse. Sarebbe contento lei se tagliassero o stravolgessero i suoi articoli?

- Certo che no. Ma chi è stato: tale Bozzanca?
«No. Il vicepresidente del Consiglio d’amministrazione».

- Ligresti?
«Sì ma ripeto, non voglio fare polemiche. Confermo il suo nome perché lei me l’ha chiesto, non ho mai fatto e non faccio questo nome e se mi capiterà in seguito di chiamarlo in causa dirò “il preside della scuola media Cavour”. Non intendo fare nomi. Dica pure che sono superbo, ma vorrei continuare ad essere superiore».

- E col presidente, con Buttafuoco, cos’è successo?
«Con lui è diverso. Ho l’impressione che lui sia stato fuorviato. Con Pietrangelo posso dire che ci siamo trovati, ci eravamo parecchio simpatici. E c’è stato un momento in cui ci siamo detti entrambi: non è meglio che ce ne andiamo?

- Vuol dire che anche lui ha subìto scelte non sue?
«Giuro che non le so dire. Le racconto questo: il 23 giugno copio la bozza di contratto che aveva Orazio Torrisi, lo firmo e lo consegno, ma non succede niente. Nel frattempo lavoro, organizzo il cartellone e penso ad altro, finché il 10 settembre chiedo: “Ma scusate, il mio contratto?” Mi rispondono: “Ah sì, è vero!” E salta fuori che è in un armadio chiuso a chiave ma la chiave non si trova. Poi i sindacati si chiedono perché non ho ancora un contratto, e successivamente scopro, attraverso le voci di cui di solito non mi curo, che sarei stato io a non voler firmare il contratto. Capito? Io! Il 28 settembre accade che io faccio notare, nella sede di via Rasà, che forse l’armadio chiuso si può aprire con la chiave dell’anta accanto. Infatti l’armadio si apre e il contratto salta fuori. Il 5 ottobre c’è una riunione coi sindacati e salta fuori la storia del contratto: il preside della scuola media Cavour s’incazza e dice “Ora basta, lo firmo subito io!”. Totò Leotta del sindacato lo blocca, gli dice “tu non firmi niente, non puoi farlo, ci vuole una delega speciale oppure deve firmarlo il presidente”. Dopo una decina di giorni ricevo la loro bozza di contratto che, cito testualmente, mi propone ad interim la nomina di direttore, “per così dire”, generale. Capito? Direttore “per così dire” generale. Ad interim, poi, che vuol dire? Non è una cosa seria, non hai né le garanzie né la serenità per organizzare nulla».

- Ma chi l’ha scritta quella bozza?
«E’ firmata Buttafuoco ma non credo l’abbia scritta lui, Buttafuoco per lo meno scrive in buon italiano».

- E lei cosa risponde?
«Non solo rispondo di no, ma succede che si riunisce il consiglio d’amministrazione: devono procedere alle nomine, soprattutto a quella di Domina, e discutere degli emolumenti. Allora, per correttezza, lascio la riunione e dico: “Mi avvertite quando siete pronti e torno, tanto ci metto cinque minuti”. Invece concludono la riunione e non m’avvisano però mi mandano un consigliere che con gentilezza mi fa: “Sai, dovresti dare le dimissioni...”»

- E chi era?
«E’ seccante far nomi, era uno dei più simpatici e quello che si era dimostrato più amichevole. Anzi, ora che ci penso certamente hanno mandato proprio lui come emissario perché uno dei personaggi a me meno sgradevoli».

- Guardi che possiamo andarci per esclusione, in consiglio sono cinque...
«Era Alaimo».

- Bene, e poi?
«Mi fecero sapere che anche economicamente mi sarebbe convenuto: “Ti diamo quattro regie all’anno”. E ancora: "Tu funzionerai così, come consulente nostro, ma se vuoi ti chiamiamo direttore”. Una cosa deliziosa: potrei metterla anche in scena, una cosa così...»

- Bene. Cioè male. E a questo punto che succede?
«Continuo a dire non solo di no, ma che le dimissioni non le do. Vedi risposta data proprio a lei e pubblicata sul suo giornale il 6 novembre 2007. A quel punto mi arriva la lettera di licenziamento in tronco perché non ho firmato il contratto».

- Fine della storia?
«Per quanto mi riguarda sì: me ne vado. Ma almeno non raccontassero balle. Hanno anche detto che sono esoso, che costo caro. E invece, rinunciavo alla paga di direttore della scuola. Però l’hanno affidata a Donato e magari risparmiano così, pagandolo con tre stipendi: come direttore della scuola, come addetto ai rapporti con l’Università e come regista».

- Ora che succede?
«Succede che domani parto e che il mio rapporto con lo Stabile è del tutto cessato».

- Davvero? E’ proprio la fine?
«Eh sì. Mi hanno pregato di non mettere più piede a teatro, è messo per iscritto».

- E con quale motivazione?
«E’ venuto a mancare il rapporto di fiducia».

- E quindi saltano dal cartellone anche le regie firmate Puggelli.
«Temo proprio di sì. Ed è un vero peccato. Il mio “Nathan” sarebbe andato in scena il 6 maggio nel Duomo di Catania. Sarà anche nel Duomo di Milano, in quello di Palermo, a Montecitorio e forse anche in sinagoga a Roma. Un’operazione importante anche sul piano interreligioso: non dico che avrebbe portato Catania nell’empireo ma insomma, sarebbe stata una cosa importante, nuova. E ancora: avevo convinto Andrea Jonasson a lavorare per un mese in una scuola di Catania e mettere poi in scena la “favola della bambola abbandonata” per la regia di Strehler. Ebbene non si farà: hanno detto che i genitori degli alunni di Catania vogliono essere pagati. Pensi lei che assurdità».

- Cos’altro non si farà?
«Non so, ma non vedo tanto bene un mio progetto che coinvolgeva una dozzina di compagnie catanesi estranee allo Stabile, cosidette minori ma estremamente interessanti e meritevoli di attenzione e di pubblico: a molti di loro avevo aperto i nostri spazi a teatro. Era stato messo per iscritto anche nel programma di sala che è stato strappato. Immagino che non se ne farà più niente».

- Tutti contro Puggelli, insomma.
«No, niente affatto, macché tutti. Ma qualcuno certamente sì. E in tanti sono comunque certamente dalla mia parte. Guardi, proprio l’altra sera il sovrintendente del Teatro Bellini ha detto in pubblico che era stato un grave errore perdere Puggelli, e ha offerto a Puggelli lo spazio del teatro Massimo. Insomma, m’hanno cacciato dal Teatro Stabile di Catania, ma io non abbandono Catania».

- Ma chi è il grande manovratore?
«E che ne so. Lo stesso Baudo, che di cose catanesi ne capisce molto più di me e col quale ho parlato a lungo fino a stamattina, mi ha detto che anche lui non riesce a capire. Se parliamo di politica, credo, non sono sicurissimo ma credo di sì, dovrei essere un uomo di Lombardo. La mia nomina appartiene a quella sfera politica. Si vede che all’interno non erano tutti d’accordo».

- Sì ma a chi conviene? E com’è finita con la famosa modifica dello statuto?
«Baudo mi ha spiegato una cosa che non conoscevo bene. Loro avevano contestato un buco di bilancio grave e con questa motivazione non rinnovarono il contratto a Torrisi. Però Baudo mi ha ricordato come all’assemblea dei soci, proprio Lombardo aveva detto che non era una gran tragedia, sarebbe bastato risparmiare un paio d’anni. In ogni caso il primo responsabile è il consiglio d’amministrazione, no? E poi, lo statuto è stato cambiato ma nessuno l’ha mai visto. Quando l’ho chiesto mi è stato risposto: “Accidenti, ho dimenticato la minuta!” Come la storia della chiave dell’armadio...»

- Come si sente?
«Mi sento sereno e ma questa storia è una cosa terribile sul piano umano e personale, una grande delusione. L’anno prossimo giuro che torno; non so ancora a far cosa, a insegnare all’università, ad aprire un mio teatro, non lo so. So che ho dato tanto a questo teatro e a questa città, ma so che questo teatro e questa città hanno dato tanto anche a me. E io queste cose non le dimenticherò mai».



- Lettera aperta: «Così si distrugge lo Stabile»
- L’appello dell’Associazione Rita Atria

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