Carlo Lucarelli, conduttore da alcuni anni di Blu notte (trasmissione dedicata a casi misteriosi e insoluti) e scrittore affermato dal 1997, ha aderito all’iniziativa Corti di Carta del Corriere della Sera.
Il racconto di Lucarelli porta il titolo di Ferengi, un nomignolo attribuito dalla servetta Aster al barone Caraffa, un commerciante bianco («ferengi» significa proprio straniero bianco) approdato a Massaua, capitale della Colonia Eritrea, agli inizi del ‘900 per espandere la sua catena commerciale. “Comprare legname e pietre da edilizia” aveva scritto il barone in uno dei suoi primi messaggi inviati al cugino, sottosegretario del ministero in Italia.
L’uso costante di termini della tradizione e del costume africano (berekèt, tzelöi, quörà, tesfa-queretzè, zöhöi, tefenfani, ed altri) ricrea l’atmosfera in cui è ambientata la vicenda. Il racconto si snoda attraverso delle foto. Foto fitte come la trama di un tessuto, specchio della trama di storie che si intrecciano. Lucarelli cerca di ricostruire non solo le immagini ma anche i suoni e gli odori. «La seconda fotografia […] è un’albumina formato Pocket, 75x37. Se ci fossero gli odori, nelle fotografie, si potrebbe capire perché il barone tiene le narici così dilatate [...] L’odore che sente il barone è quello speziato del berberè, ma non è il peperoncino, sono i chiodi di garofano e lo zenzero che gli spalancano il naso strozzandolo con un eccesso improvviso di acquolina in bocca.»
La descrizione dei personaggi è minimale ma efficace. Ognuno di essi si distingue dall’altro per l’originale commistione di lingue e dialetti assorbiti nell’arco della propria vita: l’amico-poeta del barone parla un po’ in francese e un po’ in italiano, il capitano mischia tutti i dialetti del Nord e del Sud, un ascaro ha un accento metà toscano e metà sudanese, la signora Ada è ciociara.
È come se Lucarelli volesse anche sollevare un problema linguistico. Attualmente non esiste un italiano standard ma un italiano regionale, contrassegnato da sfumature e costruzioni dialettali. Un marasma che tende sempre più acuirsi con l’introduzione di lingue e lessemi stranieri. Forse anche per questo motivo l’autore cura la scelta dei vocaboli. Il lessico è ricercato, insolito («bramisce», «caracollava», «rantolava», «raschiava», «dinoccolata»...). Emerge anche un uso sapiente della paratassi, impreziosita dalle anafore: «…e la luna si rifletteva sulla sua pelle, e le assi scricchiolavano sotto il suo passo, e la polvere strideva sotto i suoi piedi, ma tanto il vecchio dormiva.»
E poi il colpo di scena, un omicidio, un movente e la superficialità di un carabiniere. Una storia che si legge d’un fiato, in possesso di tutti gli elementi che caratterizzano un bel romanzo.






