Milena Agus è stata finalista ai premi Strega e Campiello nel 2007. I suoi libri Mal di pietre (2006), Perché scrivere (2007) e Ali di Babbo (2008) sono stati tradotti in più di diciotto lingue. Per la collana del Corriere della Sera, la Agus ha scritto un racconto dal titolo Il vicino.
La vicenda è ambientata a Cagliari. Due case separate da un muro: in una abita lei, una donna con un bambino di appena due anni, il quale «non emetteva nessun suono e non stava in piedi da solo»; al di là del muro, lui, il vicino dalla bellissima voce. Due mondi paralleli così vicini eppur lontani. Lei, ossessionata dalla morte. Ogni giorno si augura un decesso rapido, ogni giorno beve l’acqua del serbatoio senza manutenzione per essere colpita dal tifo o mangia cibi scaduti per prendersi il botulino o sta sul lato della strada in cui passano le auto per poter essere investita. Lui, ha terrore della morte. Se in una stessa sera si alza due volte per fare pipì, pensa subito di avere un tumore alla prostata; se invece ne fa poca, potrebbe essere l’inizio di un blocco renale. Un mal di testa? Probabile ictus. Accelerazione cardiaca? Prossimo ad un infarto. Lei ha smesso di “vivere” quando il padre del bambino l’ha abbandonata. Lui augura all’umanità di scoprire il modo di sconfiggere le malattie e vivere meglio e sempre più a lungo. Ad unire le due vite i rispettivi figli: il bambino della donna, affetto da mutismo, uscito dal suo silenzio quando il vicino ha bussato alla porta, e poi il figlio discolo di lui, quando ha iniziato a saltare il muro e intrufolarsi a casa di lei, allontanando così temporaneamente il desiderio di suicidio. Poi una notte lei e lui si incontrano in terrazza. Lei si dondola sul balcone, lui sta a cavalcioni sul muro ornato dai cocci di bottiglia. Seguono altre notti così. Entrambi attendevano quel momento. Tuttavia lei aveva deciso di svelare il modo in cui avrebbe simulato il suo suicidio perfetto al vicino.
Agus mette in scena la storia di due vite normali, di un uomo e una donna che vivono in modo diverso l’abbandono della persona amata. Entrambi i protagonisti sono avvolti da una malinconica attesa: il ritorno di una serenità ormai perduta nel passato o forse di una morte improvvisa all’apice di una felicità presente. «Doveva morire allora. Prima che il padre del piccolino smettesse di desiderarla e di preoccuparsi per lei [...]. Si sarebbe dissolta nell’acqua del mare, diventata spuma, evaporata formando una nuvola. O volata su un pianeta più accogliente del nostro, dove le cose belle non finiscono».
Il suo “male di vivere” racchiude l’eco montaliano. Più volte l’immagine della muraglia con in cima i cocci aguzzi di bottiglia scandisce la vita della donna e non a caso l’ultima stanza di “Meriggiare pallido e assorto” di Montale occupa il frontespizio del racconto. Finale agrodolce. L’angoscia lentamente si dissipa e apre un varco.






