Corti di Carta: L’unico al mondo

giovedì 17 luglio 2008, di Ilaria Sangregorio

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L’unico al mondo è il “corto di carta” di Gabriele Romagnoli, classe 1960, giornalista e narratore bolognese. Recentemente ha pubblicato Il vizio dell’amore (Mondadori, 2007) e Solo i treni hanno la strada segnata (Mondadori, 2008). Non è la prima volta che Romagnoli si accinge a scrivere un racconto, a dimostrarlo sono infatti i racconti brevissimi di poco più di due pagine di Navi in bottiglia. Lo stile asciutto, depurato da barocchismi, ripetizioni, permane anche nel suo racconto inedito scritto appositamente per il Corriere della Sera.

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L’unico al mondo è la storia di Larry Maiello, un affarista newyorkese approdato a Calcutta su richiesta di Mister Di (abbreviazione di Dick Di Benedetto) per concludere un contratto. Larry deve rintracciare la Vecchia Doris, una vecchina molto malata accudita nella casa dei morenti a Kaligat dalle suorine, la quale possiede un edificio a New York, un palazzo di tre piani che Mister Di vuole abbattere per costruire una delle sue altissime torri condominiali. Ad accompagnare Larry per concludere l’affare della sua vita, un tassista indiano, Paul, dal completo bianco, bottoni splendenti e con una buona conoscenza dell’inglese. L’incontro con il premuroso e umile autista segnerà la sua vita. Larry sacrificherà tutto, perfino se stesso, per aiutarlo, perché lui, solo lui è l’unico al mondo...

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Una storia dai risvolti drammatici, impensabili. Larry, superficiale ma generoso, nel momento in cui deciderà di dar uno scopo alla sua vita subirà uno scacco matto dalla vita stessa. La storia, rivela lo stesso autore in un’intervista sul giornale Magazine del Corriere della Sera, è una vicenda personale, accaduta realmente. L’ambientazione e i fatti sono veri, cambia solo il finale. Un finale che non ha mai vissuto e in cui il male prevale sul bene. Romagnoli ci svela anche una curiosa “chicca”: il racconto a dire il vero doveva dar vita ad un romanzo ma «l’idea non aveva il respiro giusto per reggere un libro intero.» E che sia davvero così, è testimoniato dalla scelta dell’autore di dividere il racconto in sequenze e assegnare loro un titolo, come accade per i romanzi.

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Ma come direbbe Vitali: «In poche pagine il racconto deve dare al lettore tutto ciò che gli darebbe un intero romanzo»; anzi, scrivere un racconto è più difficile perché si ha un numero limitato di pagine e un tempo ristretto. Gabriele Romagnoli è riuscito sapientemente a calibrare ogni elemento e a tenere il lettore in sospeso, risolvendo “l’enigma esistenziale” del protagonista in poche battute solo alla fine dell’ultimo capitolo.

«Tutti gli enigmi del mondo si dissolvono in una carezza. Un raggio di luce forò la vetrata e ne illuminò il volto. Si sentì afflitto, colmo di pietà e morente.»


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