Il Festival di Cannes si è chiuso il 25 maggio, con l’assegnazione della Palma d’oro alla pellicola francese Entre les Murs di Laurent Cantet ; in questa occasione, e con la serenità che una certa distanza temporale ci offre, riteniamo opportuno appuntare la nostra attenzione sui due film italiani in concorso, Gomorra (tratto dall’omonimo libro di Roberto Saviano) di Matteo Garrone, regista già apprezzato negli anni passati con L’imbalsamatore (2002) e Primo amore (2004) che ha ottenuto il Grand Prix della Giuria, e Il divo di Paolo Sorrentino (regista di cui abbiamo avuto modo di parlare nel primo numero cartaceo di Megaron [1] ), che ha conquistato il Jury Prize.
È quasi superfluo ricordare il polverone che le due opere hanno contribuito a sollevare, tra polemiche, revisionismi, dietrologie e accuse, come quella, piuttosto sterile, si potrebbe dire, della ex modella tunisina Afef in un’intervista a Repubblica [2], scia che non accenna ad estinguersi, fino alla recentissima dichiarazione [3], peraltro molto lucida, a nostro modo di vedere, di Paolo Sorrentino.
In questa sede, piuttosto che ricordare come la critica da supermercato possa svalutare le creazioni artistiche, crediamo sia più produttivo e opportuno provare, brevemente, a dare qualche cenno in merito ai due lavori, non tanto per rivelare i punti di contatto che, probabilmente, possono essere ridotti quasi del tutto alla volontà autoriale di mostrare la faccia non patinata dell’Italia (si leggano a tal proposito le dichiarazioni di Sorrentino alla conferenza stampa romana di presentazione del film [4]), senza volerne fare delle recensioni che, mai come in questo caso, davvero servirebbero a poco. Qualche cenno, dicevamo, giusto per mettere in evidenza, a mo’ di obiettivo che ci poniamo, come in due modi profondamente diversi si possa comunque fare dell’ottimo cinema, una volta tanto un cinema distante da molti di quei bozzetti d’insoddisfazione piccolo-borghese passati nelle nostre sale negli ultimi anni.
Film molto differenti, dunque ; l’uno, Gomorra, segnato da un profondissimo realismo che incombe come una coltre sui volti dei personaggi, seguendoli attraverso i dedali di un quartiere che sembra appena uscito da un’apocalisse, l’altro, Il divo (sul quale può essere interessante l’articolo di Repubblica.it relativo alla proiezione privata per il senatore a vita [5] ), iperrealistico a tratti, nello sforzo registico di Sorrentino e attoriale da parte di un Toni Servillo indimenticabile, di offrire il ritratto di un uomo, Giulio Andreotti, che tra innumerevoli ridenominazioni, soprannomi, leggende, indagini, accuse, condanne ed assoluzioni ha attraversato e continua ad attraversare, lasciando il segno, la storia della Repubblica Italiana.
Come a giustapporre lunghe sequenze di camera a mano in Garrone, ai carrelli e ai movimenti preziosi di Sorrentino, il quale sceglie, al pari del suo collega, un felice equilibrio di piani di ripresa, sebbene questo debba necessariamente essere funzionale a due scopi diversi : in Gomorra, dar conto di un gran numero di personaggi, i quali coralmente dipingono un affresco cupo e desolante ; in Il divo, invece, il personaggio di Andreotti è un "sole", diventa un oggetto filmico che si racconta da sé, attraverso la propria voce fuori campo, ma viene anche raccontato dagli altri, e dal regista in ultima analisi, il quale salta con freschezza da toni ironici ad accenti crudamente “documentaristici”.
In conclusione, perciò, si tenga presente questa riflessione parziale e manchevole, come uno spunto semplice, immediato dal quale ripartire e magari, è quello che ci auguriamo, rileggere più criticamente il presente, sostenendo e supportando il cinema come mezzo di interrogazione della realtà.
Notes
[1] Scarica il primo numero cartaceo di Megaron in formato PDF
[3] Leggi l’articolo su Corriere.it
[4] Leggi l’articolo su Repubblica.it
[5] Leggi l’articolo su Repubblica.it






