«Credevo di poter cambiare il mondo con un assolo. Quando ho capito che non era vero ho perso la voglia di comporre musica.»![]()
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Mi sembra davvero che le parole di Pete Townshend siano lo specchio ideale di un’intera generazione. Una generazione di vecchi musicisti che hanno iniziato suonando strumenti di seconda mano, con pochi soldi e tanti sogni.
Era la fine degli anni ’60 e nell’aria vibrava qualcosa, il sapore di un cambiamento che aveva il profumo dolciastro di Elvis Presley, Johnny Cash e Woody Guthrie, la consistenza ineffabile di Ginsberg e della beat generation, l’odore aspro del Napalm vietnamita, il gusto amaro delle lotte razziali e della Guerra Fredda. E allora questo qualcosa esplose e si chiamò musica; si chiamò inizialmente Beatles, Rolling Stones, Bob Dylan e poi The Who, Genesis, Cream, Jimi Hendrix, The Byrds e prese le forme più svariate, dal folk al blues, dallo psychedelic all’hard rock, si trasformò in assoli infiniti di chitarra, testi taglienti, ritmi inarrestabili, spirito vitale, voglia di libertà, peace and love, concerti oceanici come quello di Woodstock. La musica divenne un’arma, un mito, un appiglio, un mondo per gridare al mondo rabbia, sofferenza, indignazione, ma anche speranza, allegria, voglia di vivere.
Così Bob Dylan capì nel ’64 che per comunicare alla gente il senso di una vita non era più necessario un romanzo, ma bastava una canzone, e allora scrisse Like a Rolling Stone rivoluzionando per sempre il valore di un testo musicale. Sempre Dylan undici anni dopo costrinse - con il testo di Hurricane – il mondo a rivolgere la sua attenzione alla vicenda di Rubin “Hurricane” Carter, il pugile ingiustamente accusato di triplice omicidio. Dopo di lui furono in molti, dai Pink Floyd a Springsteen a comporre interi album di denuncia nei confronti della società. Jim Morrison e Leonard Cohen avvicinarono poi la figura del poeta e del cantante fino al punto da renderle inseparabili, impiegando - nel caso di Cohen – a volte anche un anno per concludere i testi delle proprie canzoni.
Molti di questi artisti furono delle meteore, o meglio delle comete che attraversarono il cielo in una vampata e poi esplosero distrutti da se stessi, dalle droghe e dalla voglia di consumare la vita tutta d’un fiato. E noi ora li ricordiamo. Tutti noi. Anche chi, come me, quegli anni non li ha visti e li ha solo letti nelle riviste o ascoltati, impressi a sangue, nei vecchi album di papà. E quando li ricordiamo viene un po’ di amarezza, perché inevitabilmente si finisce con il pensare che oggi, nel mondo di internet, dei download, della comunicazione globale, l’eco della chitarra di Jimmy Page potrebbe avere un effetto ancora più devastante, le composizioni di Emerson Lake and Palmer una forza ancora più inebriante, le parole dei Doors una carica inarrestabile.
E invece tutto sembra ripetersi nell’andirivieni di una imitazione costante, di una logica ferrea di immagine e mercato dominati da una richiesta sempre più piatta e svogliata; e più si fa attenzione più tutto sembra già visto e già sentito e più è già sentito più promette di far successo. Oggi abbiamo solo infinite versioni dei Blink 182 e dei Linkin Park, senza dubbio vivaci e legittime, ma magari anche prive della magia catartica di quei capelloni strampalati che vivevano costantemente al di sopra del limite e del buon costume infiocchettato e preconfezionato, con gli occhi chiusi ed un urlo sulle labbra.
Ma chissà che questa non sia solo l’impressione di un povero sognatore, che si guarda indietro e non riesce a smettere di credere che nel secolo degli I-pod e della riproduzione digitale, nel secolo in cui la musica è capace di arrivare ovunque e nelle orecchie di chiunque, magari un assolo ed una canzone fatti con il cuore potrebbero davvero essere capaci di cambiare il mondo; e aver smesso di provarci significa, forse, che stiamo perdendo una grande occasione. Chissà…





