Dopo sei anni di assenza dalla televisione, Daniele Luttazzi, il comico più agguerrito d’Italia, ritorna su La 7 con "Decameron", in onda sabato sera alle 23.30. E a Santoro, che da Annozero chiedeva il suo ritorno in RAI, risponde angelicamente «Troppo tardi!»
, "sono già impegnato"; a lui l’unica cosa che manca della Rai sono «i grattini di Lilli Gruber sulla schiena».
Ascolti record sabato 3 novembre, con 700.000 apparecchi Auditel che si sono sintonizzati - nonostante l’orario infelice - per assistere all’atteso ritorno. E Luttazzi non delude, a cominciare dalla prima immagine, la registrazione del famoso editto bulgaro di Berlusconi
(«Luttazzi, Biagi e Santoro hanno fatto un uso criminoso della tv di Stato») conclusa con una sonora pernacchia, per continuare con i primi venti minuti di monologo incalzante, in cui il comico è riuscito a condensare tutto ciò che non ha potuto dire in televisione in questi anni.
Come al solito non si lesinano attacchi alla sinistra a cui si rimprovera di non aver ancora abolito tutte le leggi vergogna del precedente governo. Gli argomenti sono molti, dalla legge 30, al rifinanziamento della missione in Afghanistan, dalla commissione sul G8 fino all’indulto.
Si passa poi alla finta intervista a Claudio Petruccioli, presidente Rai, impersonato da un bambino con tanto di barba: «Conosco solo i programmi fino alle nove e mezza perché poi la mamma mi manda a dormire». Sono finalmente messi in scena i “Dialoghi platonici”, rivisitazione dei pezzi scritti nel libro “La castrazione e altri rimedi infallibili per prevenire l’acne” che vedono i celeberrimi Gorgia, Fedone, Menone e Timeo discorrere di religione, pedofilia, droga, sesso e politica. Classica la sezione delle domande e risposte e gli sketch a puntate; “A babbo morto”, macabra e surreale storia di un figlio che vuol fare imbalsamare il padre, e “Uno sguardo dal ponte”, che vede per protagonisti due barboni che chiedono l’elemosina. Come sigla di chiusura, abbiamo infine lo struggente video di “Money For Dope”, canzone scritta e cantata dallo stesso Luttazzi.
Con toni accesi e rabbia intelligente, Luttazzi si dimostra come al solito capace delle più argute osservazioni. Ascoltare il suo fiume di parole è travolgente e confortante, quasi liberatorio.
Per la prima puntata del Decameron il comico dedica cospicuo spazio al tema, troppo spesso taciuto, del rapporto tra Chiesa e preti pedofili. Si parla anche della proposta di legge Violante sul conflitto di interessi, che permetterà a Berlusconi di essere eletto comunque e decidere, entro i primi 50 giorni di mandato, se cedere l’incarico, se affidare le sue aziende a un blind trust, oppure se «farsi una legge che elimini quella di Violante… A questo non ci avevano pensato, eh?».
In merito alle critiche sulla Bossi-Fini, opportuno il riferimento al delirio mediatico che ha colpito la recente tragedia romana di una donna uccisa da un borseggiatore rumeno: «Il recente pacchetto per la sicurezza», sostiene Luttazzi, «in parte obbedisce a una logica repressiva che penalizza i più deboli senza risolvere il problema. Quella accaduta a Roma è stata una tragedia insensata e straziante. Ai familiari va il nostro cordoglio e il ringraziamento per aver dato un grande esempio di civiltà con la richiesta di evitare strumentalizzazioni. In Italia il 75% dei delitti contro le donne è compiuto da italiani. Conosco albanesi, macedoni e romeni che sono persone squisite. Sono persone».
Il tentativo di Luttazzi è sempre quello di portare l’opinione pubblica a riflettere su temi troppo spesso dimenticati per lunghi periodi, oppure inquinati dall’opinionismo da quattro soldi ormai protagonista di molti servizi giornalistici. In questa chiave va inteso anche l’intervento sulla guerra in Afghanistan: Luttazzi proietta un video di crude immagini di bombardamenti, accompagnandolo con la voce di uno speaker che precisa cordialmente: «Queste non sono bombe, queste non sono macerie, questi non sono civili, questa non è una guerra. Questa è una missione di pace».
E’ così che Luttazzi stocca, colpisce, affonda, si dibatte tra la volgarità, il politicamente scorretto, l’irriverenza e la più misurata e rispettosa eleganza. Mitraglia il pubblico di battute, più o meno riuscite, gioca a bombardare, disorientare, far crepare dalle risate.
In un’Italia dove dilaga la “narcotizzazione” delle coscienze, Luttazzi forse più di qualsiasi altro comico del nostro paese riesce a uccidere lo sconforto a suon di battute, non lasciando al pubblico il tempo per respirare. Luttazzi non aizza, non si erge a guru o eroe di folle inferocite, ma mantiene sempre la giusta distanza tra la critica e la demagogia. Comico geniale e pericoloso, sbatte in faccia fatti, documentati e incontestabili, liquidando le polemiche con una battuta dissacrante, una faccia istupidita o, se necessario, con un pernacchio. Per questo l’artista è una figura quasi isolata nel panorama satirico italiano, capace di sollevare sempre opinioni discordanti, riflessioni, indignazione da parte delle alte sfere, senza perdere mai il suo stile; e merita certamente più spazio nel palinsesto televisivo.
Politica, sesso, religione e morte: un titolo emblematico per un comico che giocherà sempre a colpire tutti, anche il suo pubblico, scandalizzando e spazzando ogni traccia di buonismo tra i suoi ascoltatori. In tempi in cui la satira è il cane da guardia del potere, sì, ne avevamo proprio bisogno.




