Il 28 marzo, il Teatro Sangiorgi ha visto esibirsi, per EtnaFest, Sibongile Khumalo e il Jack DeJohnette Group Intercontinental in un esclusivo happening musicale.
Mescolandosi alla folla di ammiratori, prima del concerto, la cantante Sibongile Khumalo e il pianista Danilo Perez preferiscono fare il loro ingresso dall’entrata principale. Episodio disinvolto per i due artisti che, scivolando dietro le quinte, raggiungono gli altri membri del gruppo. Presentati uno ad uno sul palco, i componenti dell’ensemble vengono subito accolti dagli applausi eccitati dei fedeli cultori del genere che hanno preso d’assedio il Sangiorgi, facendo di quest’evento un memorabile tutto esaurito.
Nella sala piomba il silenzio carico d’aspettativa. Sibongile Khumalo e il versatile sassofono dell’afro-britannico Jason Yarde cominciano il loro carezzevole intreccio di suoni. I due, dopo pochi minuti stringono un patto d’armonia unisonante lontano da artifici o forzature. Tutto ha luogo nel suo farsi, ma l’elogio della perfezione prende inizio quando Jack DeJohnette si esibisce nel suo assolo con la batteria, Abbandonando modi e concezioni convenzionali di suonare lo strumento. DeJohnette esalta, nella prima parte della sua performance, le vibrazioni più eteree dei piatti, percossi da bacchette di gomma. Ad ogni impatto segue l’avvicinamento del microfono, così da amplificarne il suono e immergere il pubblico in un’atmosfera magica data da evocativi riverberi. Vibrazioni prodotte non solo come semplici virtuosismi, ma come espressione di ricerche e sperimentazioni realizzate accostando al jazz altre culture musicali vicine solo nella genealogia delle radici. Percezioni, queste, offerte a DeJohnette dal “principe delle tenebre” Miles Davis, proprio quando questi, dal jazz modale, passava alla fusion, nel 1959, interessandosi al giovanissimo batterista che fin da allora spiccava per il suo stile multiforme. Miles disse di lui: "Jack mi dava un groove profondo sul quale mi piaceva da morire suonare".
Dall’Africa nera a New Orleans passando attraverso l’America latina. Questo percorso è lo specchio dell’anima del concerto, espressione sonora che si dilata dal contatto col jazz e si risolve in una serie di fluttuazioni tendenti alla bossa nova.
Gli artisti di indubbia preziosità che ultimamente affiancano DeJohnette nel suo quartetto –insieme a John Patitucci, assente per l’occasione - sono Jarome Harris e Danilo Perez. L’uno eccellente bassista internazionale, che ha collaborato con artisti del calibro di Bob Moses o Don Byron, per citarne alcuni; l’altro icona panamense di spiccate doti pianistiche, espresse dall’intuito velocissimo nell’afferrare qualsiasi tipo di ritmo e sviluppare in chiave del tutto personale perfino brani di Beethoven. Perez sembra ripercorere a ritroso le orme di Debussy, il quale si allontanò dalla musica classica convenzionale per mescolarla al jazz.
A gremire il tripudio di sonorità è Byron Wallen, quando, ora con la tromba, ora suonando grosse conchiglie, aggiunge elementi esotici spettacolari totalmente conformi alle ampie prospettive del concerto; il giornale inglese The Guardian lo definisce come “il più interessante tra le nuove proposte jazz e profondo esploratore dell’eredità di Miles Davis”.
Nel variegato ventaglio artistico proposto per l’occasione, la voce della Khumalo non è soltanto un elemento melodico. Essa entra a far parte della band come settimo strumento. E’ capace di rendere scat, suoni percussivi e acuti di straordinario vigore che percorrono con grande naturalezza la lunga distanza che va dall’Africa agli Stati Uniti, scavando un solco profondissimo nelle caratterizzazioni della blue note grazie ai suoni tribali.
Intenso melting-pot musicale per EtnaFest, destinato a restare nel ricordo.




