Gli esami non finiscono mai

lundi 26 mai 2008, par Giuseppe Capuano

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Un recente studio di Almalaurea [1], un consorzio che contiene la banca dati dei laureati italiani, ha evidenziato che l’82,9 % dei laureati di primo livello continua la propria istruzione attraverso un master o una specialistica. Misero dunque il numero di studenti che usufruiscono del titolo triennale. Ma che utilità pratica ha questa tipologia di laurea ? Evidentemente non molta, viste le percentuali di coloro che continuano gli studi.

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La facoltà di Lettere e Filosofia di Catania

Secondo i dati Almalaurea [2] l’età media alla laurea triennale per gli studenti di Lettere e filosofia è 23,9 anni. Per quanto riguarda l’Università di Catania, nel 2006 a proseguire gli studi senza alcuna occupazione ad un anno dalla laurea triennale era il 51,8%. In Lettere e filosofia era il 54,2, in diminuzione netta rispetto al 2004 (65,5%) e un po’ ridotto dal 2005 (57,8%). Sempre nella nostra facoltà, gli occupati ad un anno dal primo titolo sono cresciuti dal 3,4% del 2004 al 16,8%, agevolando il trend positivo dell’intero ateneo (che conta un 17,8% di occupati). La riforma universitaria del “3+2” fu introdotta per limitare il numero di studenti fuori corso (nel 2001 erano circa il 90%), e la media degli anni dedicata agli studi era di sette anni. Questa spaventoso dato comportò l’ingresso dell’Italia nel “processo di Bologna”, che determinò gli standard europei cui uniformarsi. A dieci anni dalla legge Berlinguer, il numero dei fuori corso è sceso, e l’età media s’è abbassata a 24,2 anni. Peccato che si riferisca alla sola laurea triennale, e non al percorso specialistico. In Psicologia, Sociologia e Scienze della Comunicazione a continuare è il 90% degli studenti, mentre si fermano più spesso al trienno gli studenti di Medicina (grazie al fatto che molti lavorano già prima di conseguire il titolo) e quelli di Ingegneria.

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La laurea triennale, un investimento per chi ?

Alcune facoltà per rimediare a questa inutilità fattuale della triennale hanno attuato una controriforma, come Giurisprudenza, dove si è tornati alla laurea magistrale. Un’analisi dettagliata di questo fenomeno la forniscono Angelo Guerraggio e Mariano Giaquinta nel loro libro “Ipotesi sull’università”, dove realisticamente ammettono : “Di fatto adesso siamo al 4+3 : in media uno studente impiega quattro anni per il trienno, poi i due della specialistica, tra ammissione esami e tesi, diventano tre : insomma siamo tornati ai sette anni, quelli che facevano scandalo prima della riforma”. E nonostante questo la qualità non è aumentata, ma anzi, in certi casi è pure diminuita. A contribuire al fallimento della laurea breve è stato anche il mercato del lavoro, che, secondo dati Excelsior, richiede un 30% di persone con la sola licenza media, un 50% di diplomati, e un 9-10% di diplomati alle scuole professionali, cioè la stessa percentuale di richiesta per i laureati. Per quanto riguarda il privato, le imprese hanno sempre più specializzato la domanda di lavoro, pretendendo gente già formata attraverso stage e tirocini. Il che, se non per rare convenzioni, accade sporadicamente durante il trienno. Nel settore pubblico le cose non vanno poi meglio, perché, sebbene per la pubblica amministrazione sia possibile presentare il titolo triennale, i concorsi per accedervi si contano sulla punta delle dita, e per i contratti esterni è invece richiesta la laurea specialistica.

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Ma se pensate che questo sia il peggio, non avete ancora idea dei salti mortali che tocca affrontare a chi vuole diventare insegnante delle scuole superiori. Oltre al 3+2 canonico, bisogna aggiungere un +2 del percorso Sissis, la scuola che forma gli insegnanti. Il che, secondo il calcolo fatto in precedenza significa : 4+3+2. E senza alcuna certezza di impiego rapido, perché bisogna tener conto dei precari all’interno della scuola. Un calvario psicologico e anche economico. Tanto che le Università, compreso il potenziale della riforma, tentano in tutti i modi di non alterare lo stato di fatto, che garantisce introiti ben superiori al pre-riforma. Un circolo vizioso in cui a rimetterci non è però solo lo studente, ma l’intera collettività, che figura tra le prime nei dati OCSE sulla disoccupazione nella fascia 25-29 anni, seconda solo alla Grecia (13,9% di disoccupati rispetto al 5,5% di media europea). Questo non vuol dire che in Italia non si lavora se si studia, ma che si comincia a lavorare molto tardi, rendendo sempre più veritiera l’ipotesi di Curzio Maltese secondo cui l’Italia è un paese che odia i giovani.


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1 Message

  • Errata Corrige

    29 mai 18:54, par Giuseppe Capuano
    Laddove si parla di Medicina bisogna intendere non la Facoltà in sè, che per l’appunto non offre triennali, ma le Scienze mediche (riabilitazione, fisioterapia,ecc...). Chiedo scusa per l’errore.

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