Un recente studio di Almalaurea [1], un consorzio che contiene la banca dati dei laureati italiani, ha evidenziato che l’82,9 % dei laureati di primo livello continua la propria istruzione attraverso un master o una specialistica. Misero dunque il numero di studenti che usufruiscono del titolo triennale. Ma che utilità pratica ha questa tipologia di laurea ? Evidentemente non molta, viste le percentuali di coloro che continuano gli studi.
Secondo i dati Almalaurea [2] l’età media alla laurea triennale per gli studenti di Lettere e filosofia è 23,9 anni. Per quanto riguarda l’Università di Catania, nel 2006 a proseguire gli studi senza alcuna occupazione ad un anno dalla laurea triennale era il 51,8%. In Lettere e filosofia era il 54,2, in diminuzione netta rispetto al 2004 (65,5%) e un po’ ridotto dal 2005 (57,8%). Sempre nella nostra facoltà, gli occupati ad un anno dal primo titolo sono cresciuti dal 3,4% del 2004 al 16,8%, agevolando il trend positivo dell’intero ateneo (che conta un 17,8% di occupati). La riforma universitaria del “3+2” fu introdotta per limitare il numero di studenti fuori corso (nel 2001 erano circa il 90%), e la media degli anni dedicata agli studi era di sette anni. Questa spaventoso dato comportò l’ingresso dell’Italia nel “processo di Bologna”, che determinò gli standard europei cui uniformarsi. A dieci anni dalla legge Berlinguer, il numero dei fuori corso è sceso, e l’età media s’è abbassata a 24,2 anni. Peccato che si riferisca alla sola laurea triennale, e non al percorso specialistico. In Psicologia, Sociologia e Scienze della Comunicazione a continuare è il 90% degli studenti, mentre si fermano più spesso al trienno gli studenti di Medicina (grazie al fatto che molti lavorano già prima di conseguire il titolo) e quelli di Ingegneria.
Alcune facoltà per rimediare a questa inutilità fattuale della triennale hanno attuato una controriforma, come Giurisprudenza, dove si è tornati alla laurea magistrale. Un’analisi dettagliata di questo fenomeno la forniscono Angelo Guerraggio e Mariano Giaquinta nel loro libro “Ipotesi sull’università”, dove realisticamente ammettono : “Di fatto adesso siamo al 4+3 : in media uno studente impiega quattro anni per il trienno, poi i due della specialistica, tra ammissione esami e tesi, diventano tre : insomma siamo tornati ai sette anni, quelli che facevano scandalo prima della riforma”. E nonostante questo la qualità non è aumentata, ma anzi, in certi casi è pure diminuita. A contribuire al fallimento della laurea breve è stato anche il mercato del lavoro, che, secondo dati Excelsior, richiede un 30% di persone con la sola licenza media, un 50% di diplomati, e un 9-10% di diplomati alle scuole professionali, cioè la stessa percentuale di richiesta per i laureati. Per quanto riguarda il privato, le imprese hanno sempre più specializzato la domanda di lavoro, pretendendo gente già formata attraverso stage e tirocini. Il che, se non per rare convenzioni, accade sporadicamente durante il trienno. Nel settore pubblico le cose non vanno poi meglio, perché, sebbene per la pubblica amministrazione sia possibile presentare il titolo triennale, i concorsi per accedervi si contano sulla punta delle dita, e per i contratti esterni è invece richiesta la laurea specialistica.
Ma se pensate che questo sia il peggio, non avete ancora idea dei salti mortali che tocca affrontare a chi vuole diventare insegnante delle scuole superiori. Oltre al 3+2 canonico, bisogna aggiungere un +2 del percorso Sissis, la scuola che forma gli insegnanti. Il che, secondo il calcolo fatto in precedenza significa : 4+3+2. E senza alcuna certezza di impiego rapido, perché bisogna tener conto dei precari all’interno della scuola. Un calvario psicologico e anche economico. Tanto che le Università, compreso il potenziale della riforma, tentano in tutti i modi di non alterare lo stato di fatto, che garantisce introiti ben superiori al pre-riforma. Un circolo vizioso in cui a rimetterci non è però solo lo studente, ma l’intera collettività, che figura tra le prime nei dati OCSE sulla disoccupazione nella fascia 25-29 anni, seconda solo alla Grecia (13,9% di disoccupati rispetto al 5,5% di media europea). Questo non vuol dire che in Italia non si lavora se si studia, ma che si comincia a lavorare molto tardi, rendendo sempre più veritiera l’ipotesi di Curzio Maltese secondo cui l’Italia è un paese che odia i giovani.
Notes
[1] Condizione occupazionale dei laureati : indagine del 2007
[2] Condizione occupazionale dei laureati nell’Ateneo catanese





