Abbiamo in precedenza analizzato le variazioni del prezzo del petrolio e l’incidenza che questi cambiamenti hanno, realmente, sull’aumento del prezzo della benzina. Dopo aver individuato quelle che sono le componenti essenziali nella formazione del costo del carburante, possiamo passare al vaglio le soluzioni che il Governo può attuare per limitare il caro-benzina.
Valutiamo dapprima le proposte effettuate, o in via d’attuazione, che abbiamo avuto durante la legislatura precedente e che avremo durante quella attuale. In seguito cercheremo di fare il punto sulle alternative possibili alla benzina, senza alcuna mistificazione di sorta.
Il primo aprile di quest’anno è entrato in vigore uno degli ultimi provvedimenti del governo Prodi : lo sconto fiscale sui carburanti. Questa manovra prevedeva un ritocco trimestrale dell’accisa per compensare gli scostamenti dell’IVA, qualora questa avesse superato di più del 2% il valore del petrolio stabilito dal DPEF (Documento di Programmazione Economica e Finanziaria). All’attuazione dello sconto fiscale, quel valore era di 71 dollari, e quindi per due mesi i carburanti vennero a costare due centesimi in meno, per via di questo bilanciamento tra IVA e accisa. Scaduto questo provvedimento (il 31 maggio scorso) non si è più parlato di un suo reinserimento, anche a causa del cambiamento di Governo.
Tuttavia è di questi giorni la notizia che il Ministro Tremonti abbia intenzione di utilizzarlo con cadenza trimestrale. Sempre dal Ministero dell’Economia è partita la proposta di tassare i petrolieri (la cosiddetta "Robin Hood Tax"), che garantirebbe un gettito di circa un miliardo di euro, da redistribuire mediante agevolazioni. Elogi a questa proposta sono stati fatti dall’Eurogruppo, che l’ha preferita alla proposta francese di imporre un tetto sull’IVA. Queste manovre hanno indubbiamente intenzioni ottime, ma ci sembrano inutili ai fini della riduzione del caro-benzina. Uno sconto di 2 centesimi non è trascurabile, ma solo come passo iniziale. Attaccare il peso fiscale del prezzo della benzina è uno sforzo rilevante ma insufficiente, soprattutto per il consumatore, perché, come abbiamo visto, è il prezzo industriale, e non la tassazione, che determina il rincaro del carburante. E lo dimostrano i dati che lo stesso Ministero per le Attività Produttive pubblica regolarmente ogni due settimane, in cui si pone a confronto il prezzo industriale italiano con la media europea [1].
Vengono incontro ai consumatori anche gli stessi benzinai, spesso accusati di essere gli speculatori del settore. Molti gestori infatti hanno aderito alle “pompe bianche”, ovvero delle aree di servizio sparse in tutta Italia, dove si risparmia fino a 0,80 euro al litro. Il segreto ? Nessuna distribuzione, marketing, promozione o stoccaggio [2]. Un vero e proprio risparmio netto sul prezzo industriale e sulla filiera distributiva. Ovvero ciò che un Governo competente dovrebbe attuare ; un Governo, cioè, su cui non pesassero gli interessi delle compagnie petrolifere.
Nel frattempo in Europa la febbre dell’oro nero fa straparlare. Il presidente della British Petroleum, per esempio, ha stimato che questo prezioso combustibile fossile possa finire tra 40 anni. Un’affermazione non priva d’interesse personale, visto che subito dopo ne ha approfittato dicendo di voler trivellare l’Antartide. Ma, senza andare troppo lontano, basterebbe rifarsi alle dichiarazioni del neo-assessore all’Industria della Regione Sicilia, il quale ha candidamente ammesso di voler autorizzare ricerche sul suolo siciliano per impianti petroliferi, per il rilancio dell’economia isolana. Certo, non sembra un’idea troppo furba affidarsi ad una risorsa in via d’esaurimento per il rilancio di un’economia… Tutto questo tralasciando ovviamente l’impatto ambientale, che in Sicilia conta quanto la fedina penale in Parlamento.
Il petrolio non è l’unica fonte d’energia sulla Terra, e di sicuro non è la più pulita. Esistono perlomeno tre valide alternative alla benzina per cui varrebbe la pena spendere qualche soldo in più nella ricerca. La prima è l’auto elettrica, che si muove mediante l’energia chimica sviluppata da batterie ricaricabili. I BEV (Battery Electric Vehicle) non producono alcun tipo di fumo e, se vengono riforniti da fonti rinnovabili (ad esempio pannelli solari) producono inquinamento zero. L’energia, inoltre, può essere prodotta dal freno rigenerativo, un particolare tipo di freno che recupera l’energia dal rallentamento della macchina, soprattutto dal calore che si sviluppa. Oltre a ridurre la dipendenza da petrolio, i BEV sono anche meno rumorosi, non necessitano di marmitte (che, a causa dell’usura, producono polveri sottili cancerogene), permettono un rifornimento fai-da-te anche a casa, riducono di molti i costi di manutenzione e sono più sicure, in quanto meno infiammabili (a meno che non si usi una batteria litio-ione).
Tuttavia al giorno d’oggi questi particolari veicoli godono di poca autonomia di batteria, senza contare i costi di quest’ultima, sia per l’acquisto, sia per l’assicurazione. Ma il prezzo diminuirebbe se aumentasse la produzione. Questo al momento non è possibile perché le compagnie petrolifere hanno acquistato i brevetti dei modelli delle batterie, bloccandone lo sviluppo [3].
Un’altra alternativa alla benzina è l’idrogeno. A differenza di quanto si crede, questo gas non è una fonte di energia, in quanto non è disponibile in natura, ma è un vettore, perché può essere prodotto usando altre fonti. Il problema dell’idrogeno sta proprio nella sua produzione, che non è del tutto priva di impatto ambientale, anzi. Il metodo più comune per la produzione di idrogeno è il “reforming” o gassificazione del carbone, in cui si utilizza grande quantità di derivati del petrolio o metano (che ha un potenziale di riscaldamento globale 23 volte superiore all’anidride carbonica). Quindi non proprio una boccata d’aria fresca. Si può ottenere idrogeno anche attraverso l’elettrolisi, ovvero scindendo la molecola dell’acqua ma, poiché, anche se in minima parte, si fa uso di fonti fossili, è più conveniente, a livello energetico, dirottare l’elettricità verso gli elettrodomestici, piuttosto che verso le automobili. Recentemente la ditta giapponese Genepax ha prodotto un’auto che va ad acqua, sfruttando proprio l’elettrolisi. Si spera che la ricerca avviata dia buoni frutti. Per intanto, è un grande passo avanti [4].
Ultima proposta presa in considerazione sono i biocarburanti, ovvero quei propellenti prodotti indirettamente da sostanze animali e vegetali non fossili. A vantaggio dei biocarburanti si può dire che riducono l’effetto serra e quindi il riscaldamento globale (il carbonio emesso è quello che era già presente nell’atmosfera, mentre nei carburanti normali era fissato nella crosta terrestre). Tuttavia per produrli si sottrae terreno destinato alla coltivazione degli alimenti, e quindi si contribuisce ad aumentare la fame nel mondo (i prezzi dei biocarburanti aumentano per eccesso di domanda, visto che i sussidi per la loro produzione sono superiori rispetto a quelli per il grano, mentre il costo dei cereali aumenta per una diminuzione dell’offerta). Molti studi inoltre dimostrano che non sempre il rapporto tra energia necessaria per produrli e energia prodotta è favorevole al primo dei due termini. Altro difetto dei biocarburanti è l’enorme quantità d’acqua che richiedono (4000 litri per un litro di biodiesel) [5]. Come abbiamo visto, anche se con i relativi difetti, non mancano proposte valide per la sostituzione del petrolio (e quindi della benzina) come risorsa. Ad un Governo responsabile è destinata la scelta presente di un futuro migliore. Ma c’è qualcuno pronto ad accollarsi questo peso ?
Notes
[1] Il prezzo industriale della benzina italiana
[2] Caro benzina, ecco i distributori low cost
[3] La voce "Auto elettrica" su Wikipedia







