Non è decisamente un buon anno per l’Ateneo di Bari. Dopo lo scandalo dei test d’ingresso in Medicina truccati - che ha visto coinvolti altri cinque atenei, tra cui quello di Messina – è la Facoltà di Economia a destare l’attenzione degli inquirenti. È scoperta recente, infatti, il tariffario istituito da alcuni professori per promuovere alcuni studenti nei propri esami o arrivare a conseguire addirittura una laurea. I prezzi variavano tra i 500 ed i 3500 euro, a seconda della difficoltà dell’esame o del tipo di laurea. Come abbiamo visto non è la prima volta che l’università pugliese occupa negativamente la cronaca ma, prima ancora che se ne occupasse la Magistratura nel dicembre del 2007, era stata un’inchiesta de L’Espresso a far luce sulle cattedre baresi e non solo. Il servizio risale al 18 gennaio 2007, quasi un anno prima che si avviassero le indagini, e continua per svariati mesi ad elencare i misfatti accademici. Dapprima viene denunciato il sistema clientelare su cui si basa buona parte dell’organizzazione didattica, e che ruota intorno alla figura (mai anacronistica) del barone.
I signorotti, gelosi dei loro feudi, hanno cominciato, negli ultimi anni, ad intessere relazioni tra loro, per mantenere lo stato di cose, in maniera tale che qualsiasi inchiesta o sentenza non li smuova più di tanto. Oltre ad occuparsi dei test d’ingresso i baroni hanno come principale attività la manipolazione dei concorsi che avviene in tre semplici e losche mosse: dapprima si sceglie la composizione della giuria esaminatrice; in secondo luogo s’invia il curriculum del candidato prescelto; infine si provvede a costruire il bando su misura di quell’eletto. Il sistema clientelare è potente e radicato, tanto da far apparire miracolosamente (e sempre a Bari) una cattedra di Economia agraria dal nulla. Penserete voi, che c’è di male? Nulla, se fosse stata al posto giusto. Peccato che Economia agraria come insegnamento nella Facoltà di Medicina non c’azzecchi proprio nulla.
Senza allontanarci dal capoluogo pugliese, possiamo trovare professori con grandi doti magiche, che azzeccano (e soprattutto appuntano su un foglietto) i vincitori di concorsi nazionali con due anni di anticipo. Altro che Harry Potter e fondi delle tazze da the. E i concorsi riguardavano atenei di tutta Italia, da Trieste a Palermo, passando per Messina, Roma, Cagliari, Milano, Pisa e altre. C’è poi un altro elemento mistico a rendere sacra la figura baronale, e cioè la cattedra immortale, o la sua variante, la cattedra ereditaria. E qui entra in scena anche il nostro ateneo. Già, perché nella Facoltà di Medicina catanese basta scorrere l’elenco dei docenti per trovare almeno 20 cognomi uguali legati da parentela diretta. Questa particolarità lega Catania agli atenei di Palermo e Messina, che non scherzano neanche per quanto riguarda le percentuali di parenti assunti.
Predisposizione genetica? Sarà, ma ci crediamo poco. Anche Siena e il Sant’Anna di Pisa non sono da meno, ma è sempre Bari a calamitare l’attenzione con ben 8 rappresentanti della stessa famiglia ad insegnare nella, ormai famosa, Facoltà di Economia. Inquietano anche le diciotto inchieste aperte in un solo anno e mezzo (i dati sono del 2007, quindi adesso potrebbero essere più sostanziosi). Durante queste indagini s’è scoperta anche la partecipazione di capitali aziendali nelle nomine dei concorsi, o finanziamenti di grandi imprenditori per i propri medici di fiducia. Tutti i nomi (anche catanesi) e ulteriori approfondimenti sono reperibili nell’archivio on-line de L’Espresso, nell’inchiesta che è stata chiamata La mafia dei baroni. Far sì che questo modo di fare non divenga modo d’essere è anche una soluzione al problema della fuga dei cervelli, oltre che un dovere morale. Perché tacere è collaborare a che le cose non cambino e rimanere in un sistema dove il merito è vizio e la parentela virtù.
P.S.
La mafia dei baroni tratto dall’archivio de L’Espresso
I baroni rampanti tratto dall’archivio de L’Espresso




