Il teatro dell’immediato di Brook: Sizwe Banzi est mort

giovedì 17 aprile 2008, di Cristina Perrotta

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Sizwe Banzi est mort, in scena al teatro Musco di Catania dal 12 al 15 aprile, è la seconda delle tre pièce di denuncia che Athol Fugard, regista e autore sudafricano, ha creato con John Kani e Winston Ntshona.

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Queste opere fanno parte di una più ampia raccolta conosciuta come Township plays (1958 – 1973), testi che si fondano sulla vita della comunità nera in Sudafrica. La regia di Peter Brook, uno dei maestri del teatro contemporaneo, regala alla rappresentazione la capacità di comunicare in maniere universale: al di là della lingua parlata dai protagonisti – la pièce è interamente in francese, con sovratitoli in italiano – la recitazione è talmente immediata e figurata da suscitare le emozioni, le risate, i brividi di commozione in una platea di amatori, non gremita, ma attenta e partecipe.

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«Il teatro delle townships del Sud Africa - ha dichiarato il regista - è un esempio prezioso di quanto l’"immediato" possa apportare al teatro. È un teatro nato dalla vita, dalla strada, in città che non sono come le altre, le townships, ghetti dell’apartheid». Su un piccolo palco, allestito con spartana ingegnosità – una gruccia di metallo diventa all’occorrenza porta, specchio, appendiabiti – i due protagonisti (Habib Dembélé e Pitcho Womba Konga) ricreano le avventure e disgrazie della comunità nera in Sud africa ai tempi dell’apartheid: il lavoro alienante nelle fabbriche gestite da arroganti “padroni” bianchi, la voglia di riscatto e indipendenza e la storia molto pirandelliana di Sizwe Banzi, costretto a prendere il nome e l’identità di un uomo trovato morto per strada per rimanere in città e lavorare, usufruendo del permesso di lavoro del morto, che a lui era invece stato negato.

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Un teatro del riso amaro, che si ribella alla crudeltà di una vita disumanizzante, che mette in crisi il protagonista, fino a fargli urlare, a petto nudo, sudato, disperato: «Cosa succede in questo mondo schifoso? Cosa vuole da me? Cosa non va in me?». In un mondo così, rinunciare alla propria identità, all’orgoglio del proprio nome, sembra essere tutto sommato il minore dei mali.


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