Ipotesi di Novecento: Sei brillanti

mercoledì 9 aprile 2008, di Alessandro Puglisi

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Debutto, ieri 8 aprile, presso il Teatro Ambasciatori, per Sei brillanti, spettacolo in due tempi di Paolo Poli, interprete e regista, affiancato sul palco da Luca Altavilla, Alberto Gamberoni, Alfonso De Filippis e Giovanni Siniscalco.

Poli prende spunto da sei brevi racconti sceneggiati pubblicati da altrettante giornaliste italiane, in un arco cronologico che va dagli anni ’20 agli anni ’80, che provano a darci un quadro, a nostro parere a tratti un po’ stilizzato, relativo ai cambiamenti negli usi e costumi del nostro Paese.

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Lo spettacolo è nettamente diviso in due parti; nella prima viene messo in scena Perfide, di Maria Voli Nannipieri (in arte Mura), resoconto-racconto di un’esperienza lesbica sul finire degli anni Dieci; segue Fame di Paola Masino la quale, con accenti grotteschi, descrive la crisi del ’29; e infine Visite, di Irene Brin, forse il pezzo meglio riletto da Poli in questa sezione, il quale ci mette di fronte, con ironia ma non senza pungere, ad una serie di allucinazioni di cui è vittima un’anziana donna. Visioni che sono poi l’espressione della miseria, economica e psicologica, disarmante del secondo dopoguerra.

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Al rientro in scena, assistiamo al gustoso Lato debole pubblicato da Camilla Cederna nel ’60, in cui si parla di un periodo estremamente significativo nella storia d’Italia, non fosse altro che per la straordinaria mutazione dei costumi e del modo di vivere: il tutto visto dall’ottica di una donna figlia del suo tempo. Gli ultimi due “episodi” sono rappresentati da Lui visto da lei, grazioso dialogo sulla figura dell’uomo e segnatamente dello scapolo in rapporto alla famiglia italiana, e Adagio poco mosso, bozzetto che ci presenta la figura di una vecchia che riflette ironicamente sul passare del tempo e (anche se velatamente) sull’approssimarsi della morte.

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I sei racconti sono inframmezzati dall’esecuzione di brani musicali appartenenti ad ognuna delle epoche di cui si parla, e si va da Jacqueline Perrotin a Tulipan, da Vola colomba fino a Donatella Rettore, e a Gianna Nannini; le coreografie, essenziali ma graziose, sono curate da Alfonso De Filippis. Da ultimo, una nota di merito va alle scene di Emanuele Luzzati, ispirate a maestri della pittura del Novecento, tra i quali Bacon, Balthus, De Chirico, Ernst.

Detto ciò, ci sia permesso di annotare, in conclusione, la constatazione che questa opera ci lascia un po’ l’amaro in bocca, non tanto per la realizzazione in sé, quanto perché fa riflettere profondamente su un teatro che oggi non sperimenta, o lo fa esiguamente. Poli di certo rivede i soggetti con arguzia ma, astraendo da questa opera e dissertando più genericamente, ora più che mai avremmo bisogno di guardare più avanti, di trovare nuove forme espressive, per non rischiare di cadere nell’anacronismo.


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