L’elemento del crimine [Forbrydelsens element], esordio alla regia di un ventiquattrenne Lars von Trier (il film è datato 1984) e primo tassello della trilogia sull’Europa del regista danese composta da Epidemic (1987) e Europa (1991), è il film presentato mercoledì scorso al pubblico di Fuoricircuito.
La rassegna ospitata dal Centro Zo, pur con qualche piccola variazione al programma, continua a offrire agli abbonati un variegato panorama di titoli interessanti (alcuni dei quali sono delle vere e proprie chicche per cinefili) recuperati dall’oblìo di una distribuzione invisibile fuori dalle logiche di mercato.
Questo primo lavoro di von Trier potrebbe essere classificato come una detective story, se non fosse che i convenzionali parametri del genere vengono qui scardinati, ignorati, rielaborati e, conoscendo un minimo la Weltanschauung dell’autore danese, persino parodiati. L’intreccio infatti non si regge sui collaudati meccanismi del noir classico che portano alla scoperta finale dell’assassino e alla chiarificazione dei moventi (whodunit), e l’azione drammatica risulta essere priva della necessaria suspence che incolla lo spettatore allo schermo fino allo scioglimento dell’indagine. L’intenzione di von Trier appare dunque scoperta: sottrarre semplicemente uno spunto di partenza al genere della detective story per condurre poi un altro tipo di “indagine”, sicuramente più articolata, più rischiosa. Quella sulla mente dell’essere umano.
Il detective Fisher, ritornato a Il Cairo dopo un viaggio in un’Europa presentata con toni crepuscolari e asfissianti, si lascia ipnotizzare da uno psicoterapeuta per ripercorrere un torbido e difficile caso che lo ha visto impegnato nel suo soggiorno europeo. Fedele agli insegnamenti che il vecchio professor Osborne ha espresso nel libro L’elemento del crimine, decide di ripercorrere l’esperienza dello psicopatico criminale autore di efferati delitti, fino ad una conclusiva identificazione con esso.
Il film dunque si presenta come un viaggio nell’abisso della mente umana dove affiorano ricordi inconfessabili e pulsioni segrete che vengono seppellite dalla realtà quotidiana, e la messinscena spregiudicata e sicura di von Trier che lascia intravedere il provocatorio genio visivo che si manifesterà poi nelle opere della maturità, non fa che rimpolpare questa componente onirica ed espressionista grazie ad una interessante e notevole fotografia color seppia e una fitta trama di rimandi e citazioni cinefile.







