L’informazione che tace

lundi 12 mai 2008, par Roberto Pirruccio

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Sembra che a occuparsi di fatti, in Italia, ormai si faccia un torto, quasi un vilipendio al concetto di Italia stessa.

C’è un angolo di servizio pubblico televisivo, molto marginale, che ancora può nascondere motivi di interesse nel pagare il canone. Uno di questi può essere considerato "Che tempo che fa", una specie di libero palco dove si avvicendano i più floridi intellettuali del nostro tempo. Nulla a che vedere con l’informazione, sia chiaro, ma è già tanto sapere che esiste un modo di tenere svegli i pochi neuroni sopravvissuti al resto del palinsesto.

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Marco Travaglio

Si dà il caso che gli autori decidano di invitare Marco Travaglio, professione giornalista. Come spesso accade, il pretesto è la presentazione di un libro in uscita, il seguito è un dialogo abbastanza vago sui massimi sistemi. Travaglio - che, come qualsiasi buon giornalista, non ama le generalizzazioni - risponde di non essere contento del nuovo presidente del Senato Renato Schifani, citandone la recentissima storia di vita e interrogandosi sull’integrità del personaggio (guarda il video ).

In particolare, ha fatto riferimento agli stretti rapporti di collaborazione avuti con noti esponenti della crème malavitosa siciliana, a cominciare dalla fondazione della società Siculabrokers in compagnia di soci come Nino Mandalà, superboss di Villabate, passando per gli stretti rapporti lavorativi con mafiosi come Benny D’Agostino, Giuseppe Lombardo e i fratelli Salvo. Relazioni ampiamente acclarate e documentate nei libri "I complici" (Peter Gomez e Lirio Abbate, Fazi, 2007) e "Se li conosci li eviti" (Peter Gomez e Marco Travaglio, Chiarelettere, 2008), con i testi integrali di testimonianze, requisitorie e sentenze.

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Fabio Fazio

Vale la pena passare oltre le uscite difensive di Fabio Fazio, poiché non si tratta né più e né meno di un conduttore con una forma mentis legittimamente orientata a tutelare il suo spazio. E non è nemmeno delle reazioni di Maurizio Gasparri, An (« La vergognosa utilizzazione diffamatoria della Rai non può proseguire, Travaglio trae conclusioni arbitrarie »), o di Anna Finocchiaro, Pd (« inaccettabile »), che dobbiamo stupirci.

E’ del giornalismo italiano, immobile di fronte all’ennesimo attacco frontale contro la libertà di informazione, che dobbiamo indignarci e vergognarci. Dall’istante successivo al primo dispaccio stampa del primo politico, il lavoro di tutti i redattori, testata per testata, altro non è stato che compilare un mosaico di onorevoli dichiarazioni e incollarle l’una accanto all’altra. Nessuno ci racconta nel dettaglio che cosa ha detto Travaglio, di cosa sta parlando, se farnetica o se parla di fatti realmente accaduti. Nessuno.

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Renato Schifani
Presidente del Senato

Virginia Piccolillo, Corriere della Sera, ci spiega che « nel mirino del capo dei senatori Pdl », Gasparri, ci sono « Che tempo che fa e il direttore generale Cappon. "Ricambio immediato dei vertici" ». [1]. La centralità della notizia è tutta dedicata alla furia del neoministro, poi la replica di Travaglio, senza esprimere alcuna valutazione sulla veridicità o meno di ciò che afferma il collega.

Repubblica.it, nel suo articolo principe [2] - non firmato - riguardo la vicenda, allarga il suo raggio di dichiarazioni politiche e coinvolge anche Antonio Di Pietro, concentrandosi però sulle scuse in diretta tv di Fazio, sulla nota dei dirigenti Rai nella persona del dg Maurizio Cappon. Eloquente anche l’indirizzo assegnato alla pagina, "insulti-schifani.html". Poi ci dice che Matteoli la ritiene « un’imboscata », che la Finocchiaro è critica ma che Adinolfi non è d’accordo, poi ancora Cicchitto, Gasparri, Giulietti riciclati un po’ dovunque [3] [4]. Massimo Novelli, Repubblica, rivolge tre domande a Travaglio [5], ma non si esprime. Insomma, una sarabanda di dichiarazioni preconfezionate, senza uno straccio di critica, di valutazione, di entrata nel merito della vicenda.

Tutti si affidano al virgolettato, nessuno ha il coraggio, l’orgoglio, il mestiere di condurre il dibattito oltre la non-cronaca e di raccontare la materia di cui si sta parlando. La vera imboscata è stata tesa, ancora una volta, al moribondo sistema d’informazione italiano. E all’allontanamento definitivo [6] delle mosche bianche del giornalismo dai circuiti mediatici tradizionali. Con buona pace di tutti i colleghi che ogni giorno copincollano comunicati stampa e li spacciano per informazione.


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