Anni non ne ho molti, ma in quelli che ho passato qualche libro l’ho letto. Alcuni forse distrattamente, altri con più passione o attenzione. Ed ho persino provato a scriverne qualcuno di mio. È bastato così poco per sentirmi frullare nella testa infinite volte le stesse vecchie domande. Perché questa gente ha scritto dei libri? Chi o cosa sono i cosiddetti scrittori? Domande tenere, ingenue ma inevitabilmente interessanti. Per rispondere si potrebbero spaginare interi, infiniti volumi ed enciclopedie. Magari ci si potrebbe provare. Ci si potrebbe affidare alle parole degli esperti e di quelli che la scrittura l’hanno studiata davvero e sanno tutti i paroloni filosofici degni del caso.
Ma in effetti non è questo che mi interessa. Non mi importa di analizzare il valore della scrittura all’interno dei processi evolutivi della società, non mi interessa studiare il rapporto tra la cultura e l’apparato socio-politico-economico della collettività. Sono aspetti fondamentali, sicuramente affascinanti, ma sarebbe un lavoro troppo stancante, sicuramente non fatto per me. Non mi sento ancora pronto a citare Barthes.
Quando penso alla scrittura invece mi piace pensare sempre a qualcosa di molto più intimo, molto più piccolo. Penso al semplice bisogno di comunicare. Comunicare qualcosa a qualcuno. Perché questa è una delle cose che la scrittura ha mantenuto nei secoli, c’è sempre qualcuno che dice qualcosa a qualcun’altro, ad un ipotetico lettore o magari soltanto a se stesso. E vista in quest’ottica capirete che è tutta un’altra storia. Si riporta la parola al suo bisogno primigenio: trasmettere sensazioni, esprimere. Scrivere per comunicare, senza disperdere. Scrivere per ritagliare uno spazio nel silenzio, nel nostro silenzio, quando non c’è nessuno ad ascoltare. Scrivere per testimoniare, per collettivizzare i sentimenti e le riflessioni, per renderli non più nostri ma parte del mondo; proprietà collettiva. Scrivere per chiamare tutto l’universo ad essere compartecipe di un nostro gesto, di una nostra considerazione.
Guardandomi attorno, in tutti i libri che noto, non voglio vedere altro. Soltanto gente che si è fermata a mostrare le proprie ferite, le proprie lacrime, la propria epoca, le proprie paure. E spesso essi vanno smascherati. Perché lo scrittore è un bugiardo ed anche un vigliacco; parla in terza persona, pretende di essere realista, pretende di essere oggettivo, si nasconde dietro gli artifici narrativi e dietro la scrittura piatta, inespressiva; tenta la fuga per provare a celare se stesso. Si vergogna della propria scelta. Lui che ha scelto di scappare, ha scelto di non vivere per continuare a sognare. Scrive di guerre che non ha visto per ripagarsi della sua assenza o scrive di guerre che ha combattuto per scrollarsele di dosso; scrive di peccati che non ha mai commesso perché sa di non averlo fatto per mancanza di coraggio; scrive del paradiso per poterlo sfiorare; scrive della fame perché in realtà non l’ha mai patita; scrive degli umili perché non ha mai saputo come soccorrerli; scrive favole o scrive di nulla perché ha paura; scrive e parla d’amore per leccarsi via le ulcere e trovare sollievo; scrive e grida di dolore perché non accetta di potersene andare via in silenzio. Scrive di tutte queste cose ma in realtà parla solo di se stesso e delle proprie sensazioni, della propria maniera di percepire il mondo. Solo che si vergogna a farlo direttamente. Si vergogna a dire che ha scritto solo per amore di una donna o per amore di tutte le donne. Allora per esprimere se stesso è costretto a camuffarsi ed annichilirsi. Si trasforma in una voce che risuona da distanze infinite, una voce senza più volto. E per sempre rimane invischiato nelle cose che dice.
Nelle parole di un libro, se fate attenzione, sentirete sempre il sapore della mano che le ha scritte, il rumore dei sospiri, noterete i punti in cui le dita hanno incespicato, le sbavature provocate dai sussulti del cuore, le incrinature del foglio sulle quali è esplosa la rabbia, le macchie sulle quali sono scivolate le lacrime. Perché scrivere è un’esigenza personale, un bisogno istintivo, prima che un atto consapevole e presuntamente intellettuale. Soltanto che per accorgervene avete bisogno di fare attenzione, dovete disciogliere l’imbroglio e l’artificio della più innocente delle menzogne: la scrittura. Così io, in tutti i libri che continuo a scorrere tra le mani mi limito ad osservare questo qualcosa che cerca di uscire. In tutte le storie, in tutte le saccenterie, in tutte le costellazioni di proposizioni sento il tenero impulso dell’uomo che spulcia se stesso, sento che c’è un sussurro che vuole farsi vedere, qualcosa che cerca di essere capito, qualcosa che inevitabilmente nel tentativo di scrivere ha finito con il rimanere fuori.
Ecco. Quel qualcosa forse è la vera magia dello scrivere, la cometa che percorre e attraversa tutte le biblioteche del mondo e della storia. Ma questo è il semplice parere di un folle. Un folle che crede fermamente che la bellezza della scrittura non stia tanto nella forza e nell’efficacia delle cose che vengono dette, quanto piuttosto nel profumo forte e netto di tutto ciò che, pur cercando disperatamente, non si è riusciti a dire.






