C’era una volta una emittente televisiva di nome rete4. La storia delle riforme del sistema radiotelevisivo italiano negli ultimi 18 anni è legata a questo canale, che, in una maniera o nell’altra è sempre riuscito a farla franca. Ma cominciamo dal principio, e torniamo al 1990. Nella calda estate di quell’anno, in barba al pluralismo dell’informazione, si cerca un escamotage che possa garantire uno sviluppo fruttuoso del duopolio televisivo ancora in stato embrionale. Avviene così che in agosto venga sfornata una bella legge, la quale prevedeva che un editore non potesse possedere più del 25% dei canali nazionali o che, se fosse proprietario di testate giornalistiche, non potesse avere più di tre reti. Sembrerebbe una legge ad hoc per il Biscione. E infatti, puntualmente come marchio di fabbrica arriva la sentenza della Corte Costituzionale che nel 1994 dichiara incostituzionale la riforma. Parte da lì la storia illegale di rete4, condannata dalla Corte a traslocare sul satellite. Passano ben tre anni, e tra La ruota della fortuna e Ok, il Prezzo è giusto il canale non ha perso un solo giorno di trasmissione in analogico. Resta però il fatto che tutto ciò è illecito, e quindi è necessario provvedere.
Ci pensa il buon Maccanico, famoso per il lodo del 2003, ma che meriterebbe d’essere conosciuto anche per la sua riforma del sistema televisivo. I punti rilevanti della Legge Maccanico del 1997 sono due: in primo luogo viene istituita una Autorità garante delle comunicazioni (l’Agcom) che ha il compito di controllare il sistema; in secondo luogo due canali devono essere modificati, e cioè rete4, che deve andare sul satellite e raitre, che deve trasmettere senza spot. Vista così sembrerebbe una riforma giusta. Ma, come vedremo, le riforme televisive sono ingannevoli quanto il mezzo su cui legiferano. Per quanto riguarda l’Agcom si è presto rivelato uno strumento politico di controllo sui media, mentre per ciò che concerne il trasferimento di rete4 sul satellite, non solo si stabilisce una prima proroga di 5 mesi, ma, alla scadenza di questi si decide che la rete dovrà cessare di trasmettere in analogico quando vi sarà stato “un congruo sviluppo delle reti via cavo o satellitari”. Tradotto in soldoni è una proporoga a tempo indeterminato. Trascorrono due anni, e viene bandita una gara per assegnare le otto concessioni televisive nazionali (la Rai ne ha tre di diritto in quanto servizio pubblico). Mediaset si aggiudica i primi tre posti, ma rete4 non potrebbe trasmettere, e dunque la frequenza che occupa va assegnata ad un altro concorrente della gara, Europa7. Che non ha ancora visto sloggiare il canale abusivo. Si perché intanto tutti i governi che sono succeduti, o hanno fatto finta di niente, o hanno favorito l’occupazione illegittima.
Nel 2002, dopo 3 anni di silenzio mediatico sulla questione, la Consulta ribadisce che rete4 non dovrebbe stare lì e pone come scadenza per il trasferimento il 1 gennaio 2004. E qui entra in gioco Gasparri. Negli ultimi mesi del 2003 l’allora Ministro delle Comunicazioni, Maurizio Gasparri propone un disegno di legge che definire ambiguo sarebbe un complimento. Anche qui i punti fondamentali sono due:
- Come in passato, nessun editore può possedere più del 20% dei canali nazionali (che coprono cioè l’80% del territorio). Fino al 2003 i canali nazionali erano 10 (3 Rai, 2 Mediaset, La7, Mtv, Tele+Bianco, Telemarket e Europa7 [???]) tuttavia Gasparri trova il modo di inserirne altre 3 con un condono e impone alla Rai di creare 2 canali sperimentali per il digitale, canali che verranno conteggiati tra i nazionali nonostante la loro copertura sia del 50% del territorio. In totale i canali nazionali diventano 15. E il 20% di 15 è 3, cioè, per combinazione, il numero delle reti che l’editore Berlusconi possiede.
- Altra questione scottante è il limite antitrust per la raccolta pubblicitaria. La beffa in questo caso sarà doppia, infatti la legge Gasparri abbassa il limite dal 30% al 20%. Sembrerebbe una buona cosa, peccato che la percentuale non venga più applicata al mercato radiotelevisivo (canone e pubblicità per Rai e solo pubblicità per Mediaset), come s’era fatto fino a quel momento, ma ad un paniere molto più ampio, ribattezzato Sic (Sistema integrato delle comunicazioni), che include abbonamenti, televendite, pubblicità locale ecc… La percentuale verrà quindi applicata su un valore inderteminato, molto maggiore rispetto a quello del mercato radiotelevisivo.
Il Sole 24ore ha calcolato che la riforma Gasparri ha portato nelle casse Mediaset più di un miliardo di euro. Intanto la scadenza per il trasloco di rete4 è rinviata a quando il digitale terrestre sarà sviluppato, cioè, secondo le previsioni della legge Gasparri, nel 2006. Altri due anni di impunità. Nonostante qualche ostacolo (Ciampi si rifiutò di firmarla la prima volta) la legge venne approvata.
Con la sinistra al potere le cose non vanno poi tanto meglio, anzi. Il ministro Gentiloni presenta due disegni di legge che non mutano per nulla la situazione, ma che addirittura prorogano l’avvento del digitale (e quindi lo spostamento di rete4) al 2012. Nel frattempo Europa7 ha chiamato in causa la Corte di Giustizia europea che, dopo varie vicissitudini, ha emesso la sentenza nel gennaio di quest’anno, dichiarando “contrarie al diritto comunitario” le norme che hanno salvato rete4. Non contento, tornato al Governo, il centrodestra ha provato a far passare un emendamento al decreto sugli obblighi comunitari, cercando di evitare il deferimento dell’Italia davanti alla Corte di Giustizia europea. In pratica l’ennesima salva-rete4, che però questa volta non è passata. La Corte di Giustizia oltre al deferimento ha imposto allo Stato italiano (cioè a noi cittadini) di pagare, a partire da gennaio 2009 e retroattivamente al 2006, una multa di 300-400 mila euro al giorno. E rete4 è ancora lì. C’era una volta e c’è ancora. Ma a spese nostre…






