La Calabria di De Seta tra mondo antico e progresso

giovedì 13 marzo 2008, di Pietro Russo

segnala su Google Bookmark segnala su digg segnala su Yahoo MyWeb Bookmark del.icio.us Bookmark Linkarena Bookmark Slashdot Bookmark technorati segnala su FURL segnala su Segnalo segnala su Facebook

In Calabria, documentario di Vittorio De Seta del 1993, è il titolo che mercoledì scorso ha “rimpiazzato” il film di Alain Resnais, Smoking/No Smoking, già previsto nel cartellone di Fuoricircuito e che non è stato possibile proiettare a causa di un disguido con la Cineteca Nazionale. Il film di Resnais è così slittato in coda al cartellone della rassegna ospitata dal Centro Zo.

JPG - 192.8 Kb
Una scena da Banditi a Orgosolo

Questo lavoro di De Seta, distribuito dalla Rai e tra i più ‘invisibili’ dell’opera cinematografica dell’autore di Banditi a Orgosolo, prende avvio da una malinconica e accorata constatazione del degrado ambientale del paesaggio calabro a cui segue inevitabilmente, di riflesso ma anche in maniera consequenziale, un processo di imbarbarimento socio-culturale che si estende minaccioso e inesorabile anche nel settore che riguarda l’economia della regione del Sud. Il ritratto che emerge dal documentario di De Seta è quello di una terra ‘antica’ legata ancora a rituali arcani di un passato mitico, travagliata da molti mali (sembra inutile e quasi stereotipato voler ricordare principalmente la mafia calabra, la ‘ndrangheta, ma non si possono chiudere gli occhi sulla realtà delle cose) e che, alle soglie del terzo millennio (si ricordi che il documentario è del 1993), si ritrova in una posizione di visibile affanno nell’ottica di un progresso tecnologico sempre più globale.

JPG - 18.1 Kb
Una scena da Lettere dal Sahara

Tuttavia, lo spunto di partenza riesce solo in qualche momento a trovare vigore nelle immagini che scorrono sullo schermo, forse più per colpa del tono didascalico, banalmente moralistico, a tratti davvero insopportabile, dei commenti pedanti della voce narrante, che per la qualità delle immagini stesse e delle inquadrature, che comunque nella maggior parte dei casi non riescono a sottrarsi alla piattezza generale di tutto il lavoro filmico. Anche la venatura di denuncia sociale appare timida, troppo flebile e troppo poco approfondita e condotta all’interno del documentario che, proprio quando tira in ballo la questione delle responsabilità della mafia nello stato delle cose, inspiegabilmente, vira verso contenuti di tradizione e folklore popolare calabrese.

JPG - 17.9 Kb

Soprattutto va riconosciuto che il limite maggiore che frena e penalizza In Calabria è quello di rimanere imprigionato all’interno di una dialettica Natura-Progresso che, più che essere impostata nei termini di un confronto razionale teso a risolversi in una possibile sintesi o, almeno, conclusione, accentua un conflitto dicotomico che agli occhi dell’autore appare insanabile e senza via di fuga, con una netta presa di posizione, nostalgica e ciecamente liricizzante, in favore di un mondo primordiale e naturale ormai di fatto inesistente.


Portfolio

Rispondere all'articolo