In Calabria, documentario di Vittorio De Seta del 1993, è il titolo che mercoledì scorso ha “rimpiazzato” il film di Alain Resnais, Smoking/No Smoking, già previsto nel cartellone di Fuoricircuito e che non è stato possibile proiettare a causa di un disguido con la Cineteca Nazionale. Il film di Resnais è così slittato in coda al cartellone della rassegna ospitata dal Centro Zo.
Questo lavoro di De Seta, distribuito dalla Rai e tra i più ‘invisibili’ dell’opera cinematografica dell’autore di Banditi a Orgosolo, prende avvio da una malinconica e accorata constatazione del degrado ambientale del paesaggio calabro a cui segue inevitabilmente, di riflesso ma anche in maniera consequenziale, un processo di imbarbarimento socio-culturale che si estende minaccioso e inesorabile anche nel settore che riguarda l’economia della regione del Sud. Il ritratto che emerge dal documentario di De Seta è quello di una terra ‘antica’ legata ancora a rituali arcani di un passato mitico, travagliata da molti mali (sembra inutile e quasi stereotipato voler ricordare principalmente la mafia calabra, la ‘ndrangheta, ma non si possono chiudere gli occhi sulla realtà delle cose) e che, alle soglie del terzo millennio (si ricordi che il documentario è del 1993), si ritrova in una posizione di visibile affanno nell’ottica di un progresso tecnologico sempre più globale.
Tuttavia, lo spunto di partenza riesce solo in qualche momento a trovare vigore nelle immagini che scorrono sullo schermo, forse più per colpa del tono didascalico, banalmente moralistico, a tratti davvero insopportabile, dei commenti pedanti della voce narrante, che per la qualità delle immagini stesse e delle inquadrature, che comunque nella maggior parte dei casi non riescono a sottrarsi alla piattezza generale di tutto il lavoro filmico. Anche la venatura di denuncia sociale appare timida, troppo flebile e troppo poco approfondita e condotta all’interno del documentario che, proprio quando tira in ballo la questione delle responsabilità della mafia nello stato delle cose, inspiegabilmente, vira verso contenuti di tradizione e folklore popolare calabrese.
Soprattutto va riconosciuto che il limite maggiore che frena e penalizza In Calabria è quello di rimanere imprigionato all’interno di una dialettica Natura-Progresso che, più che essere impostata nei termini di un confronto razionale teso a risolversi in una possibile sintesi o, almeno, conclusione, accentua un conflitto dicotomico che agli occhi dell’autore appare insanabile e senza via di fuga, con una netta presa di posizione, nostalgica e ciecamente liricizzante, in favore di un mondo primordiale e naturale ormai di fatto inesistente.





