Per il XLIV ciclo di rappresentazioni classiche al teatro greco di Siracusa l’I.N.D.A (Istituto Nazionale del Dramma Antico) ha scelto di mettere in scena l’ Orestiade di Eschilo, l’unica trilogia legata pervenutaci, composta di tre drammi : Agamennone, Coefore ed Eumenidi.
Si tratta di tre tragedie sicuramente molto complesse, ricche di spunti riflessivi, affascinanti e coinvolgenti. In esse si narra la brutale vicenda della stirpe degli Atridi, le cui colpe dei padri ricadono sui figli, in cui al sangue si risponde con altro sangue, in cui ogni delitto è giustificato come atto di giustizia in una rete infinita di vendette. La scena di Agamennone si apre nella reggia di Argo, dove ad attendere l’eroe, tornato vittorioso da Troia dopo dieci anni di guerra, ci sono due giustizieri : una moglie, Clitemestra, che ha atteso per anni di vendicare la figlia Ifigenia, sacrificata dal padre per il buon esito della spedizione, e il suo nuovo compagno Egisto, usurpatore del regno e del letto di Agamennone, desideroso di far scontare al re argivo le colpe del padre Atreo, macchiatosi di un orribile delitto nei confronti dei figli di suo fratello Tieste, padre di Egisto. Agamennone, dopo aver seminato morte e distruzione a Troia, rientrato nella sua città trova la morte per mano di sua moglie, che così dichiara di aver fatto giustizia. Ma questo delitto non può rimanere invendicato, ed è Oreste adesso a giustiziare la madre per il delitto commesso, supportato dalla sorella Elettra e incoraggiato dal coro delle Coefore (le portatrici di libagioni), ma soprattutto istigato da Apollo, il dio presso cui cercherà rifugio questo matricida perseguitato dalle Erinni, le furie assetate del suo sangue, figlie della Notte, evocate dallo spetto di Clitemestra, perché sia fatta giustizia.
La giustizia dunque protagonista di questa trilogia, una giustizia che porta i protagonisti di questa vicenda a compiere una serie di delitti in un crescendo di orrori che culminerebbe nell’uccisione di un figlio, per mezzo delle Erinni, da parte dello spettro della madre da egli stesso uccisa. Gli dei però intervengono a porre fine a questa giustizia primordiale suggerendo la via per una nuova giustizia : Apollo invia Oreste ad Atene , la città retta dalla dea della giustizia ; qui il matricida verrà giudicato, ma secondo nuove leggi. Atena infatti decide di istituire per il caso un tribunale popolare, l’Areopago, che possa da quel momento in poi giudicare gli uomini secondo nuove leggi. Oreste avrà dunque un regolare processo, e ad esso seguirà una votazione. Una nuova giustizia trionfa dunque, posta su nuovi principi.
Nella storia dell’I.N.D.A. questa è la terza volta che l’intera trilogia viene messa in scena ; dopo quella del 1948, fu l’edizione del 1960 a destare grande clamore, con il duo registico Gassmann-Lucignani e la traduzione di Pier Paolo Pasolini. La stessa traduzione è stata scelta anche per questa edizione, la cui regia è stata affidata a Pietro Carriglio, che si è occupato anche delle scene e dei costumi. Il regista ha dichiarato - in un’intervista a Isabella Di Bartolo per il sito ufficiale dell’ I.N.D.A. : « Credo che per un regista non vi sia sfida più esaltante che lavorare a quest’opera […] è il momento più alto della mia esperienza artigianale […] » ; nella stessa intervista ha esplicitato poi quello che è stato il suo intento, e qual è la sua chiave di lettura per questo dramma : « quest’opera tragica esprime un fondamentale concetto : il passaggio dalla società arcaica a quella moderna. Dalle leggi tribali a quelle civili. Un fatto teatrale che si conclude con l’istituzione della Giustizia. Non a caso la messinscena di Eumenidi, ultima tragedia della trilogia, sarà conclusa ogni volta dalla lettura di un breve passo di Thomson da parte di uno spettatore che possa rappresentare una forte valenza simbolica. La prima sera a leggere il brano sarà il Procuratore antimafia Piero Grasso. E così l’Orestiade diviene ancora più moderna. Ancora più violentemente attuale, e si inserisce in un contesto sociale ben preciso : la nostra Isola. In poche parole, questo spettacolo vuole essere l’affermazione della legalità in Sicilia. In un momento storico in cui dalla società civile siciliana viene con forza espressa la necessità di lasciarsi alle spalle l’immagine di una terra connivente con la mafia, di una Sicilia che paga il pizzo ; e si sente forte il bisogno di costruire un percorso comune verso la legalità ».
Gli intenti di questa XLIV edizione sembrano essere altissimi, e gli ingredienti per uno spettacolo "tragico" nel suo senso più profondo, sono tutti presenti. La resa scenica dell’Agamennone, primo atto di questa trilogia, delude però le aspettative del pubblico. Siamo dinanzi a una resa fedele che però non coinvolge il pubblico e non trascina lo spettatore nello sgomento in cui una simile opera dovrebbe trascinare. Se Aristotele fosse stato presente tra il pubblico non avrebbe definito questo Agamennone una vera tragedia, perché nessuna catarsi tragica avviene nello spettatore. Lo spettacolo risulta lento e monocorde, e l’interpretazione di Galatea Ranzi , nel ruolo di Clitemestra, appare piatta, priva di quel crescendo di intensità e di brutalità che caratterizza il personaggio eschileo. Colpiscono invece le scelte musicali di Matteo D’Amico, pienamente pertinenti anche i costumi e la scenografia, le cui forme geometriche rendono astratto e atemporale lo spazio scenico.
Tra gli interpreti Ilaria Gerratiempo (Cassandra) e Luciano Roman (nel ruolo di Egisto) risultano discretamente convincenti ; la scelta, invece, di rendere in maniera esclusivamente recitata gli stasimi del coro rallenta l’azione scenica, e la appiattisce, eliminando la classica distinzione tra stasimi ed episodi. Lo spettatore al termine della tragedia sembra rimanere quasi insoddisfatto, sembra attendere il finale di una tragedia che non appare ancora conclusa in sé. L’insoddisfazione viene però appagata dalla messa in scena degli altri due drammi, rappresentati consecutivamente. Sin dalle prime battute delle Coefore, infatti, il monologo di Oreste, interpretato da un bravissimo Luca Lazzareschi, raggiunge un altissimo grado di intensità, che sarà costantemente mantenuto dall’attore, fino a toccare il picco estremo nella scena del matricidio. Galatea Ranzi, nel ruolo di Elettra risulta più convincente che nel ruolo di Clitemestra. Ottimo anche il coro delle Coefore, che diventa poi protagonista indiscusso nell’ultimo atto di questa trilogia : le Eumenidi. In questa ultima tragedia i ritmi si fanno sempre più concitati, e sono scanditi dagli scomposti movimenti delle Erinni. Le furie figlie delle Notte dominano infatti la scena, e nella loro frenesia trascinano il pubblico verso il finale di questa epopea del tragico. Un finale in cui la conclusione della vicenda atride è messa da parte per dare maggiore spazio alla nascita di quelle che Carriglio ha definito le leggi civili, per dare spazio alla nascita della Giustizia. Le tre tragedie vanno dunque considerate come una unica rappresentazione, la cui chiave interpretativa risulta essere esattamente quella che Carriglio aveva fornito : non bisogna rispondere al sangue con nuovo sangue, secondo le leggi di una giustizia personale, brutale e primitiva, ma occorre affidarsi alla vera giustizia, e dunque a un processo e a un tribunale legalmente istituito. La vicenda della casa di Atreo sembra dunque fare solo da cornice in questa messa in scena dell’Orestiade, ciò nonostante questa edizione, per la profondità degli intenti, ma soprattutto per l’originalità dell’attualizzazione della tematica, è sicuramente degna di essere vista e occuperà un posto particolare nella storia dell’I.N.D.A.







