La Sicilia da contaminare : intervista a Ivan Segreto

jeudi 8 mars 2007, par Roberto Pirruccio

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Uno squisito Ivan Segreto, cordiale, disponibile e, a dispetto della timidezza, decisamente loquace e pieno di argomenti, ha risposto, prima del concerto, ad alcune delle nostre domande sulla sua carriera di musicista, compositore, pianista e cantante.

- Per la tua formazione musicale, hai scelto di spostarti da Sciacca a Palermo, poi sei partito per Milano. Che motivazioni nasconde questo viaggio ?

« Lo stato d’animo era complesso. A Palermo lavoravo, facevo il musicista, studiavo. Ci sono tornato diverse volte. A Sciacca non c’era nessuno che insegnasse jazz ; avevo un libro di Dino De Rosa, che è un famoso didatta di piano jazz, l’ho portato alla mia insegnante di pianoforte e le ho detto : "io voglio fare questo". Sono arrivato a Palermo e c’era il Brass Group, c’era l’Open Jazz Club, dove ho imparato molto al fianco di Mimmo Cafiero. In realtà, gravitando attorno ad un gruppo di musicisti, la sensazione che avevo, nei 4 anni e mezzo in cui sono stato lì, era quella di un film che costantemente si ripeteva. Era legata alle possibilità di costruirci attorno un progetto, che ho da molto tempo, di fare un crossover tra canzone e jazz. »

- Quindi il tuo rapporto col canto non è stato immediato ?

« C’era un problema psicologico : col canto ho sviluppato un amore solo negli ultimi anni. Io volevo fare il pianista di jazz. Un musicista ha sempre bisogno di avere degli stimoli, dovunque si trovi. Allora c’erano Fulvio Buccafusco e Massimo D’Aleo, che ai tempi suonava la batteria. C’eravamo detti "andiamo a Milano, basso, batteria e pianoforte, suoniamo, studiamo". Poi mi mollarono tutti e due e sono partito da solo. Fulvio l’anno successivo partì per l’Olanda. »

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Un passaggio impegnativo

- E a Milano cos’hai trovato ?

« A Milano ho passato un periodo assurdo. Ho vissuto il mio scrivere canzoni con una quantità di contraddizioni mostruosa, perché ho dovuto sganciarmi da molti preconcetti rispetto all’idea di cantare. Venivo comunque da una provincia, da un paesino, dove cantare non era fare il musicista, era fare il musicante. Ed è una cosa che non nascondo : non è come nascere a Milano, dove tra fare il musicista e fare il cantante non fa differenza. E’ un fatto oggettivo che la Sicilia, per certi versi, sia indietro rispetto a certe dinamiche. Adesso è tutta un’altra faccenda, in nove anni la situazione è cambiata tantissimo, le generazioni viaggiano alla velocità della luce. »

- Musicalmente parlando, possiamo dire che Sciacca ti stava abbastanza stretta ?

« Ti sentivi un po’ un alieno. Mi ricordo che non riuscivo a suonare con nessuno, che non trovavo i musicisti per suonare a Sciacca. Allora passavo 8-9 ore, uscivo la sera, un po’ mi rompevo i coglioni, mi prendevo 3-4 birre, me ne andavo a casa al buio suonare il piano per 5-6 ore. La musica me la sono sempre vissuta come una cosa assolutamente personale. »

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Porta Vagnu
2004, Sony

- E’ stato un avvicinamento molto lento.

« Il primo anno che facevo le tournée di "Porta Vagnu", ho suonato ad un festival a Fano, un festival la cui programmazione è gestita da Franco Battiato ("Il violino e la selce", ndr). Parlo sempre pochissimo durante i concerti, però quella volta ero timido, insicuro e convinto che le cose che stessi suonando non valevano, in termini proprio qualitativi, musicali. Finito quel concerto, mi sono buttato sul divano, l’usciere è venuto da me e m’ha detto : "guarda, le cose che porti in giro sono molto belle, l’unico problema è che si vede che tu non ci credi, in quello che fai. E questa è una cosa che fa dispiacere le persone che ti guardano." Ci sono rimasto di merda. Questa persona aveva capito tutti i drammi che stavo vivendo. Aveva fatto uno screening alla mia psiche con una velocità, una puntualità incredibile. E quindi ci ho messo un po’, lo strumento voce è uno strumento profondamente intimo. »

- In che modo ti servi, oggi, degli studi che hai condotto in passato ? C’è qualcosa che stai approfondendo, in questo momento ?

« Sto ritrovando i miei studi classici, i miei studi jazzie, sul piano. Ho un progetto in duo con Daniele Camarda, dove l’utilizzo del piano è puntillistico, interviene proprio a colmare degli spazi narrativi ; è molto diversa dai dischi. I dischi che vengono pubblicati, soprattuto con una major, devono avere un’esposizione da canzone. Quindi non è il caso di aspettarsi qualcosa di differente. Anzi, io mi ritengo fortunato, perché sono riuscito a imporre anche una mia estetica. »

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Un suggestivo momento del concerto

- Ritieni d’essere riuscito, a livello discografico, a conciliare le tue attitudini compositive con la forma-canzone, tipicamente richiesta dalla scena italiana ?

« In fondo, sono sempre riuscito a trovare i pezzi giusti. M’immagino Porta Vagnu o Il mercato del broncio, che è una bossa, easy listening, o Il banchetto dell’amore, che è un brano pop, una ballata. Poi è uscito "Fidate correnti", dove volevo un po’ svincolarmi dal cliché del jazz, ho fatto un discoun po’ fusion, world. Prendi Fidate correnti, che secondo me è un brano originale come struttura e andamento ritmico. Richiama molto il Brasile, però è una canzone italiana, in realtà non c’è il Brasile, perché è una sorta di latin fusion. Quando ho scritto il pattern di batteria ero contentissimo, perché ero riuscito a trovare una formula che soddisfava le mie aspettative, che nello stesso tempo riusciva ad essere un crossover. Ego è una sorta di drum’n’bass acustico, in 3/4, con delle armonie molto complesse, in termini di narrazione, che danno costanti slanci verso l’alto. Sentire queste cose nelle canzoni, in Italia, non è facile. Oppure Annie, che richiama un po’ il Pat Metheny Group, oppure Tingerei in verde, che è un brano afro italiano. Sono riuscito a metabolizzare e digerire tutto ciò, producendo qualcosa di musicale, solo perché avevo fatto un certo tipo di studi. »

- Ci saranno novità stilistiche nel prossimo album ?

« Nel nuovo disco (si chiamerà "Ampia" e uscirà a Maggio, ndr) ci sono brani in 11/8, brani in 7/4, in 5/4, brani che modulano ritmicamente dall 11/8 al 10/8. Io sono contentissimo di questo nuovo disco. Ci sono degli incastri tra pianoforte e chitarra, classica o acustica, con la batteria che è suonata a mo’ di drum machine, seguendo dei pattern stretti, rigorosi, con delle figurazioni sul charleston,. Il batterista sta lavorando parecchio. C’è un momento in cui utilizzo il basso invertendo completamente il ruolo col piano. Si creano degli sbilanciamenti, uso molto di più la voce, amo moltissimo il vocoder, ci sono dei controcanti, che per esempio negli altri dischi non c’erano. »

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Fidate Correnti
2005, Sony

- Riesci a gestire in libertà il rapporto con una grande major come la Sony ?

« L’importante, con una casa discografica, è capire che ha, come te, delle esigenze. Noi siamo due musicisti. Tu, oltre a cantare, suoni la chitarra. Io suono il piano e canto. E’ notoriamente conosciuto il fatto che pianoforte e chitarra sono due strumenti che rischiano tantissimo, quindi bisogna fare dei lavori accurati. Quindi, se noi due vogliamo lavorare insieme, ci dobbiamo mettere, con la minutidda, come si suol dire, finché non raggiungiamo un compromesso, che è un compromesso artistico. Quando lavori con una major, il discorso è identico. Loro hanno delle prospettive, fanno un investimento e ci credono. Investire su un giovane non è facile, i mercati discografici sono in crisi. Nel mio caso, hanno investito su un’artista e non mi hanno promesso nulla. »

- Ti hanno messo in condizione di registrare agevolmente, quindi ?

« Il primo disco l’ho registrato in cinque giorni. E in cinque giorni ho registrato basso, batteria, voce, chitarra, piano, percussioni, sassofoni, violini, ottoni, clarinetto, tromba : ho chiamato tutti i musicisti che conoscevo e abbiamo registrato. E’ stato un tour de force assurdo, sono dimagrito tantissimo. Avevo una schedule assurda, del tipo : 8-9 del mattino, entra Mauro Negri a registrare i clarinetti ; 9-11, leader della sezione di quartetti, e così via. Per il secondo disco mi hanno dato dieci giorni. E immagina quanto mi hanno dato per registrare il prossimo disco ? Quindici giorni ! "Fidate correnti" l’abbiamo registato in uno studio in Austria, un po’ sotto Vienna, bellissimo. Volevo un posto dove stare tranquillo, gli altri volevano registrare in Toscana, ma gli studi erano tutti occupati. Siamo partiti in macchina, da Milano. Il prossimo, invece, lo registro a Milano. »


P.-S.

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