La violenza con gli occhi chiusi

mardi 10 juin 2008, par Emiliano S. Zappalà

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Violenza. Una parola, in Italia, sempre più inflazionata. La si trova sui giornali, nelle riviste, su internet. La si sente ai telegiornali, alla radio. I casi si sommano e si accavallano l’uno sull’altro, le tragedie si sprecano. L’opinione pubblica si infiamma. Un nuovo spauracchio, sollevato da notizie sempre più eclatanti ed esagerate. Stupri, omicidi, pestaggi, assalti, incidenti ingiustificabili, spesso insensati. Inspiegabili. E forse è proprio per questo che il polverone si sta sollevando oggi con intensità sempre maggiore, proprio per questo l’attenzione della gente è stata catalizzata e si è riversata con tanta forza su ogni singolo dramma ; per la loro inspiegabilità, per la loro mancanza di qualsiasi possibile briciolo di comprensibilità.

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Il 30 aprile, l’omicidio di Lorena Cultraro per mano di tre ragazzini che hanno abusato di lei, hanno tentato di bruciarla ed infine l’hanno lasciata affogare, con il distacco e la determinazione dei killer più spietati ; i ripetuti stupri di studentesse o di bambine adescate e condotte in casa ; gli assalti con bastoni e molotov ai campi rom nei pressi di Napoli ; le devastazioni dei negozi indiani nel quartiere Pigneto a Roma. Tutti questi eventi apparentemente diversi tra loro mostrano delle linee comuni, dei punti di convergenza nella loro assurdità, nella loro avventatezza e sconsideratezza. Violenza senza movente. Non più gesti orribili inglobati all’interno di un loro folle meccanismo, ma gesti orribili fini a se stessi, inconcepibili ed imprevedibili.

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Sembrerebbe conveniente a questo punto avviare una analisi sociologica che potrebbe dare i suoi buoni frutti. Probabilmente ne verrebbe fuori che molti di questi casi sono legati a doppio filo alla situazione di disagio, di instabilità, di incertezza e spesso di degrado che si respira nel nostro paese. Ci sentiremmo dire che queste manifestazioni di inaspettata violenza non sono altro che la punta dell’iceberg, l’evidente mostrarsi di uno stato di sofferenza celato e mal sopportato, uno stato di malcontento represso che finisce con l’esplodere in azioni incontrollabili. Allora tutto si esaurirebbe in un insieme di dati numerici, nell’analisi di aspetti politici e soprattutto economici. Le risse e le botte negli stadi non diventerebbero altro che la manifestazione palpabile della situazione di incertezza alla quale sono costretti i giovani, delle colpe della politica e dell’amministrazione pubblica. I maltrattamenti nei confronti degli stranieri sarebbero dovuti ad anni di cattiva gestione del problema dell’immigrazione. Pagine e pagine di sentenze, citazioni, atti. Inutile.

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A cosa servirebbe cercare di spiegare qualcosa che di per sé rimane comunque immotivato ed imperdonabile ? Come si potrebbe spiegare lo sfogo di uno stato di rabbia, frustrazione o “noia” in atti di crudeltà e teppismo vergognosi. Il problema più grave e scottante sta proprio qui. Nella crisi della coscienza individuale, nella mancanza di consapevolezza, nel crollo dei valori. E di valori basilari ; i più vivi, i più netti. Non si parla di grandi impalcature etico-ideologiche, quello che si sta perdendo è il senso del valore della vita, del rispetto, il riguardo per l’individuo umano in se stesso. Guidare autofilmandosi con il telefonino e senza guardare la strada - come nel caso del giovane che a Roma, in via Nomentana, ha falciato due studentesse inglesi -, lanciare delle pietre contro un autobus per finire su YouTube, uccidere un poliziotto con una sassata, significa aver perso totalmente la consapevolezza delle proprie azioni, essere incapaci di giudicare il peso dei propri gesti ed essere incapaci soprattutto di giudicare il possibile effetto ed il possibile esito delle nostre azioni.

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Consapevolezza. È questa la parola chiave. E la consapevolezza non si acquisisce con la paura, non si ritrova per il timore della pena o del peccato ultraterreno, non la si impartisce alzando la voce e sentenziando con foga. Va riscoperta nelle piccole cose, nei piccoli gesti. Va fatta riaffiorare dall’interno, attraverso la fiducia nella capacità dell’essere umano di giudicare se stesso. Ma per fare questo servono modelli e parametri di confronto. Servono l’arte, la letteratura, la musica. Servono stimoli, servono movimenti collettivi, serve reciprocità. Serve una televisione impegnata, un cinema più profondo, canzoni più illuminanti. Serve una minore esaltazione dei beni materiali ed effimeri. Affinché si capisca che uccidere, aggredire, mancare di rispetto non è sbagliato soltanto in quanto perseguibile per legge (umana o divina che sia). È sbagliato e basta. È sbagliato perché rifiutato dalla nostra stessa umanità, dalla nostra sensibilità, dal nostro innato bisogno di affetto, perché per costruire un mondo migliore c’è bisogno sì del progresso e dell’evoluzione collettiva, ma c’è bisogno anche di una profondità individuale, singola. È necessario che ogni tessera del mosaico sia quantomeno cosciente e consapevole del suo ruolo. Oggi, nel mondo di internet e della comunicazione di massa pretendere tutto ciò non è più un’utopia. Non è vero che viviamo nell’epoca del male e della perdizione. Non è vero che per salvarci dobbiamo piegarci in ginocchio. Come disse Joe Strummer poco prima di morire : “Le persone potrebbero cambiare il mondo in ogni momento. Basterebbe solo che se ne rendessero conto”. Chissà se mai avremo la forza ed il coraggio di rendercene conto.

Allora, mentre riflettiamo su tutto questo ci torna inevitabilmente alla mente la celebre domanda di Bob Dylan “How many deaths will it take till he knows that too many people have died ?”. La risposta, purtroppo, ancora oggi soffia nel vento.


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