Tra rifiuto e venerazione, tra riluttanza e interesse, volenti o nolenti noi studenti di Lettere ci troviamo spesso dinanzi allo studio del mondo antico. Letterati, filosofi, comunicatori, filologi, archeologi, geografi o storici, quali che siano i nostri interessi è impossibile non incontrare nel nostro percorso tracce della cultura classica. Perché ? - si domandano in molti. È importante - rispondono i più - è la nostra storia, sono le radici della nostra civiltà. Di certo non hanno torto ma in fondo è come non aver detto nulla se non si prosegue spiegando perché è importante conoscere la civiltà sulla quale si fonda la nostra e in che modo tale civiltà, nella sua evoluzione, abbia contribuito alla formazione della società e della cultura europea e, per estensione, occidentale.
Sapere che l’Iliade consta di 15.500 esametri o quanti soldati combatterono nella pianura di Maratona sono informazioni senza dubbio superflue e che - se richieste dai nostri docenti in sede d’esame – suscitano l’indignazione degli studenti e il moltiplicarsi di quei perché ; ciò che invece dovrebbe suscitare la curiosità degli studenti è sapere perché ancora oggi, dopo oltre 2000 anni, c’è chi si interroga sugli ideali immortali trasmessi dai poemi omerici e brama di conoscere cosa spingeva gli spartiati alle Termopili a combattere contro il Persiano.
Sarebbe scontato dire come ogni espressione della nostra cultura, dalle atri figurative a quelle letterarie, trova le sue radici nell’antichità classica. Ciò che invece è meno scontato è sapere come ciò che intrinsecamente ci lega al mondo antico è la concezione sociale che abbiamo di noi stessi e del nostro rapporto con gli altri esseri. Aristotele affermò che l’uomo è un animale politico, e con tale celeberrima espressione voleva dire che l’uomo non è animale solitario ma deve vivere attivamente all’interno della sua pòlis, deve essere un cittadino (politikòs) ; questa concezione dell’uomo come essere civico, estranea alle altre culture, è alla base della nostra società, nella quale ogni rapporto è interazione tra i vari soggetti, interazione disciplinata da norme giuridiche che rendono ogni singolo soggetto responsabile per se stesso dinanzi agli altri e che, vicendevolmente, lo tutelano da potenziali minacce esterne. Ogni essere civico si lega poi ad altri esseri che gli sono vicini per un rapporto di parentela, e ad altri per un legame affettivo o empatico ; il comportamento del singolo sarà poi influenzato dal rapporto con gli altri esseri che lo circondano e dall’approvazione o dalla disapprovazione dei suoi gesti. Tale è, in maniera chiaramente semplificata, il tipo di società in cui viviamo ed è lampante come questo tipo di società si differenzi totalmente da una, solo per fare un esempio, di tipo tribale. Si capisce dunque il significato di come ogni uomo (greco, per Aristotele, e occidentale per noi uomini del XXI secolo) sia un animale politico.
E andando oltre l’ambito sociale notiamo anche nei rapporti personali e privati l’influenza del mondo antico. La famiglia, concepita come unione esclusiva (nel senso di non plurima e quindi poligama) tra due individui di sesso diverso al fine di riprodursi, non è certo invenzione moderna o cristiana, come non lo è la bipartizione dei ruoli tra uomo e donna. Anche l’intimistico rapporto con il sacro trova nelle sue manifestazioni esteriori le sue radici nel mondo antico. Il cristianesimo, infatti, non ha rigettato la cultura classica ma si è innestato su di essa, prendendone regolamentazione gerarchica (dai sacerdoti al pontefice massimo), luoghi per il culto (sia nella concezione astratta dell’edificio templare, che con la concreta occupazione di antichi templi trasformati in chiese cristiane), e feste in onore delle divinità. Quest’ultimo punto potrebbe apparire contraddittorio se si considera che la religione cristiana è monoteista, ma in effetti, se si vuole lasciare da parte l’aspetto più intrinsecamente teologico – non è infatti questa la sede adatta a discuterne -, il cristianesimo non ha perso i caratteri del politeismo pagano nella sua venerazione per una moltitudine di Santi, in onore dei quali vengono celebrate feste non dissimili dalle antiche Panatenaiche in onore di Atena. I capi religiosi erano inoltre considerati come capi politici con i quali si rendeva necessario instaurare un rapporto di reciproca collaborazione, e questo accade ancor oggi ; poche settimane fa, infatti hanno avuto luogo gli incontri tra il neo presidente del consiglio e il capo della chiesa cattolica, e quello di quest’ultimo con il presidente della super potenza americana, incontri che sottolineano degli intenti collaborativi tra capi e che sono sanciti da uno scambio di doni, esattamente come scambi di doni sancivano nell’Iliade i rapporti tra i re.
Infine, oltre ai rapporti sociali e alla religione, anche il rapporto con i popoli esterni ci deriva dal mondo antico. Attaccare i popoli vicini per necessità di sopravvivenza o per mera voglia di manifestare la propria potenza non è proprio del mondo occidentale. La guerra è per l’uomo occidentale guerra di conquista per ampliare la propria sfera d’azione su altri popoli che non saranno sterminati ma assoggettati culturalmente ed economicamente alla potenza conquistatrice. Roma creò così il suo impero, non demolendo ma imponendo il proprio dominio, come un gigante che non inghiotte i suoi nemici ma che si nutre di ciò che essi producono. Imparare la lingua del gigante e coltivare il cibo che sarà essenziale al suo nutrimento diventa necessario per sopravvivere.
È chiaro che questa analisi non vuole avere la pretesa di spiegare ogni elemento della nostra civiltà come un derivato della cultura classica, perché così non è, sono molti gli elementi storici e culturali che hanno concorso alla formazione della civiltà contemporanea, e le infinite interazioni con altri popoli hanno contribuito a creare il cosiddetto melting pot, termine con il quale si è voluto definire spesso il miscuglio di elementi etnici, culturali e linguistici che caratterizzano il nostro secolo. Ciò che invece si è provato a dimostrare è che, eliminando le componenti esterne e quelle evolutive, la cultura classica forma il sostrato della nostra civiltà, nelle tre funzioni costitutive delle civiltà di origine indoeuropea individuate da Georges Dumézil [1] : funzione sacrale e giuridica, guerriera e produttiva. Una lunga catena infittitasi di molteplici anelli ci lega al mondo antico, un mondo che non va guardato con il timore e la reverenza di studiosi che dinanzi a un’antica civiltà morta la venerano studiandone i testi come reliquie di un tempo ormai passato, rinchiusi e imprigionati nell’ottica di una cultura di perfezione che mai più potrà risorgere. E non bisogna neanche tentare di far rivivere quel mondo, perché si incorrerebbe in inevitabili distorsioni e forzature, come accadde con il classicismo cinquecentesco e il neo-classicismo settecentesco. La cultura classica è un avo che non può risorgere ma che ci ha dato la vita e che ci ha insegnato dei valori, giusti o sbagliati, con i quali affrontarla. È per questo che chi vuole comprendere il mondo di oggi deve voltarsi indietro a guardare il suo passato, senza rimanere imprigionato in esso ma guardando a come si è evoluto e, provando a supporre, magari, come si evolverà.
Notes
[1] La pagina di Wikipedia dedicata a Georges Dumézil







