Il mio nome è Medea. Ovvero affrontare in maniera accessibile una delle più complesse tragedie della storia della drammaturgia, raccontando i colori impazziti dell’animo di una donna; una donna lacerata, accecata, annientata, eppure in continua ricerca della riaffermazione della propria identità.
Più che una rivisitazione, l’autore (Angelo D’Agosta) ci presenta a inizio spettacolo una riproposizione di alcuni temi pulsanti della trama euripidea. Il tradimento e i tentativi di vendetta, la privazione e il desiderio di felicità, la mistura indistinguibile di amore e odio.
La qualità dell’interpretazione di Sabrina Longo ha dato a questa Medea le sembianze di una donna dei nostri giorni, ferita nell’orgoglio della propria esistenza e schiava di uno stato delle cose che la costringe, giorno dopo giorno, a essere una regina del nulla. Lo dimostrano gli adattamenti sostanziali che differenziano questo spettacolo dal dramma originale. L’azione di Glauce/Creusa (Giulia Cagnes) come figura destabilizzante dell’amore tra Giasone (Diana Fascietta) e Medea; la trasformazione radicale della spietata, subdola e sottile vendetta omicida; la violenza non più cruda e subumana, che lascia spazio a una straziante lotta interiore.
Medea, per Euripide, compie la sua rivalsa mortale su Creonte (Anna Aiello) - re di Corinto - e sulla figlia attraverso l’inganno del veleno, senza intervenire personalmente sui loro corpi; Medea uccide i suoi figli per colpire Giasone, reo di aver preferito il potere alla gioia di una famiglia; lo stesso Giasone muore suicida. Ne "Il mio nome è Medea" è invece la mano della protagonista a procurare le morti dei suoi tormenti o a non avere forza a sufficienza per ucciderne - materialmente o intimamente - qualcuno (Creonte e Giasone sopravvivono).
La regia di Angelo D’Agosta, però, a tali facili dissonanze risponde in maniera onesta: è questo che ne fa un esperimento innovativo e da applaudire. Perché è piuttosto nel disperato dialogo con la Luna o nelle confidenze con la Nutrice (Daniela Aita) che si vuole far esplodere Medea e il vortice che la risucchia in se stessa. Il delitto si configura, quindi, in un mondo in cui non riesce più a riconoscersi, in cui non c’è più spazio per lei e per i ricordi che le rendono splendida l’idea di continuare a vivere.
Musiche (di Giorgio Romeo) e scenografia (di Anna Aiello) minimali, costruite, eseguite e spogliate dal vivo, maestre del tempo di un atto unico scorrevole e snello, dai ritmi quasi cinematografici. A supportare queste sensazioni, intervengono le proiezioni audiovisive, intervallando le sequenze recitate. Di certo una buona trovata per avvicinare lo spettatore alla chiave interpretativa dell’autore: un dramma destrutturato con grande rispetto, compreso e riletto da uomini contemporanei. Binari che si allontanano dalle linee euripidee nell’incastro tra conseguenze dell’instabilità passionale, ma che le sposano in pieno in termini di affermazione della dignità della donna.
IL MIO NOME E’ MEDEA
Atto unico di Angelo d’Agosta
Musiche di Giorgio Romeo
Con:
Sabrina Longo: Medea
Daniela Aita: Nutrice
Giulia Cagnes: Creusa
Anna Aiello: Creonte
Diana Fascietta: Giasone
Live Piano & Electronics:
Giorgio Romeo
Interpretazione testi in greco:
Mariachiara Tarantello
Costumi:
Filippa Ruggeri Longo
REGIA:
Angelo d’Agosta
Aiuto regia:
Alessandra Privitera
Anna Aiello




