CataniaJazz/ Memorie andaluse di Paco de Lucía

mercoledì 19 dicembre 2007, di Roberto Pirruccio

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Paco de Lucia Band
17 dicembre 2007 - NonSoloJazz - Teatro Metropolitan, Catania

La chitarra flamenco non è mai stata suonata al di fuori della Spagna; negli ultimi 30 anni, da quando sono venuti fuori i miei dischi, la gente di tutto il mondo ha cominciato a appassionarsi al flamenco.

Sabicas, Autobiografia, 1984


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Paco de Lucia

In giovanissima età, incoraggiato com’era dal fermento musicale che popolava la sua famiglia andalusa, Francisco Sánchez Gómez aveva già in testa un’antologia del flamenco e tra le dita una serie di storie molto importanti. Dopo qualche anno, in onore della madre, sceglierà di farsi conoscere col nome d’arte di Paco de Lucía. Ripescare la qualità di certi percorsi - considerati dai più, spesso per questioni politiche, di "serie B" - ha responsabilizzato la sua musica a tal punto da farlo crescere così in fretta che, oggi, a 60 anni, è già considerato un mito vivente.

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Sabicas
Buenos Aires, 1939

Prima di lui, solo Sabicas aveva osato attraversare l’Atlantico (complice la guerra civile in Spagna) ed entusiasmare i teatri della East Coast con il linguaggio del flamenco. C’era dell’altro, però, nell’intraprendenza di quel Paquito: basti accennare al fortunato ed epocale incontro - 1968 - a Madrid, nello storico tablao Torres Bermejas, con il gambero Camarón de la Isla, cantante dalla voce sofferta e contaminata. Una collaborazione che cambiò radicalmente le abitudini dei circuiti musicali più "alti" in tutta la Spagna, restituendo al flamenco il riconoscimento di un carattere distinto e profondamente legato alla cultura nazionale.

Fu nei decenni a seguire che il nome di Paco de Lucía prese sempre più a identificarsi con un certo stile esecutivo: il trio con Al Di Meola e John McLaughlin, chitarristi fusion cresciuti a pane e jazz, spalancò le porte a una rinascita di interesse, su scala mondiale, verso i musicisti di flamenco. Con le dovute proporzioni, la staffetta tra Sabicas e Paco de Lucía assomigliò molto alla primavera manouche innaffiata dallo zingaro Django Reinhardt.

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Chonchi Heredia

Su questi capisaldi si incardina il concerto della vivace ensemble ispanica, distribuito su una scenografia di piccole palme sullo sfondo; le presentazioni e i saluti li fa, come è giusto che sia, il tocco a fior di pelle del señor Paco. Piazzato a centro palco, con la sua tipica gamba accavallata, camicia bianca, gilet e occhi chiusi, occupati ad addentrarsi nel merito del discorso. Circondato, con lo scorrere del tempo, dai puntelli percussivi del Piraña Israel Suarez e dalla cordiale compagnia di Nino Josele alla chitarra e Alain Perez al basso elettrico.

In ambito ritmico, in sintonia con gli intenti di recupero tradizionale, ciascun membro usa spesso le palmas, i palmi delle mani, per scandire l’incedere dei brani. Chonchi Heredia e Montse Cortes annodano attorno al flauto effettato di Domingo Patricio due voci gipsy di rara intensità: è l’eccellenza dell’intera formazione a guadagnarne, sfuggendo alle gabbie dei tecnicismi o di una eccessiva connotazione acustica dello show.

Chiusa la parentesi 2007 del cartellone di NonSoloJazz, si riprenderà il 13 febbraio 2008 con Sarah Jane Morris e, nell’attesa, si potranno gustare due eventi per la rassegna collaterale "FuoriProgramma": le voci di Cristina Donà (21 gennaio) e L’Aura (4 febbraio).


P.S.

INFO: CataniaJazz.it

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