Michel Camilo, vivace lezione di un secolo

venerdì 25 gennaio 2008, di Roberto Pirruccio

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Si dice che un certo Maurice Ravel, ricevuto un eclettico trentenne d’oltreoceano che chiedeva lezioni, ebbe ad ammonirlo di voler diventare un musicista di seconda mano, anziché badare a essere un ottimo se stesso. Il musicista in questione era George Gerswhin, aveva già scritto Rhapsody in Blue e si accingeva a completare Un americano a Parigi.

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Michel Camilo
© Luca Petralia

Come Gershwin, ebreo, russo di nascita, ma statunitense d’adozione, Michel Camilo è portatore sano di trasversalità. Formazione classica, tensione jazzistica. Camilo, però, è anche figlio dei Caraibi, e quelle mareggiate latine che invadono le sue performance sono una carte de visite assai nitida. Forse più di quella grazie alla quale conosciamo il volto del buon Gershwin, che negli anni di Broadway ebbe a che fare con una modernità in riscatto congenito dal canone pianistico; si pensi allo stesso Ravel, autore del Boléro e di fitte orchestrazioni, ma colto dal fascino blues e jazz. Camilo, per l’appunto, reagisce oggi a uno stato delle cose che non è più rivoluzionario e che piazza cariche d’esplosivo per far saltare in aria i padri, anziché per assorbirli e reinventarne le azioni.

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Michel Camilo
© Luca Petralia

Agli anni della grande fortuna del jazz sperimentale, nuovo, ricercatore, pochi hanno saputo riprodurre quello stesso spirito.

Camilo si è fatto illuminare da Herbie Hancock e Chick Corea, li ha catturati e fatti sedere sul proprio pianoforte, poi si è piazzato uno specchio davanti e ha seguito il consiglio del suo amico Count Basie: «Non dimenticare di guardarti nello specchio, così coglierai ogni tua espressione e conoscerai chi sei». Lui ci ha messo dentro se stesso e ciò di cui si sente erede: la sua terra, i suoi maestri, la sua lezione. Basta guardargli le dita per capire che lì dentro c’è tutto questo e, per lui, suonare significa prendersi cura di una mentalità. Rara, rarissima, ormai. Eppure lui, indifferentemente, fa incetta di Grammy Awards e suona nelle orchestre sinfoniche. Pubblico e critica, si direbbe più in fretta.

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Charles Flores
© Luca Petralia

Il segreto non è poi così occulto; il trio proposto al pubblico di NonSoloJazz da Michel Camilo (per la prima volta in Sicilia) è la formula migliore per le orecchie di un popolo come il nostro, dal calore eterogeneo e spruzzato di nostalgia dal contatto col mare. Caribe e From Within sono due megafoni che urlano "Tito Puente" e rendono le spalle di Camilo ben salde, un luogo sicuro per lo straordinario pezzo di cuore che di volta in volta il pubblico vede riversarsi sul suo strumento. Sempre più convinti applausi per ogni proiezione di sé che, umilmente, inchino dopo inchino, si impegna a dedicarci. Nella precisione e nella ricercatezza del suono, nel minimalismo e nelle arrabbiature, nel complessivo rispetto per i diversi spazi espressivi, si incastrano le sue sanguigne - e ossequiose - riletture di Bill Evans, Wayne Shorter o Miles Davis. Una dichiarazione di guerra alla freddezza, anche nei brani più invernali, come non se ne lanciano più così di frequente. E che schiaccia l’occhio al precedente show di Bollani.

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Dafnis Prieto
© Luca Petralia

La compagnia di due musicisti di prim’ordine, Charles Flores al contrabbasso e Dafnis Prieto alla batteria, esautora Camilo dal "citazionismo" d’autore che ad esempio, insieme al chitarrista flamenco Tomatito, ha affrontato nell’album Spain Again (Libertango di Piazzolla su tutte, per chi avesse voglia di pescare). Flores è cubano e la sua carriera musicale parla da sé: fu scelto da Emiliano Salvador in persona, il principe de L’Havana in materia di piano-jazz latino. E’ da anni stabilmente al fianco di Camilo e l’affiatamento rende le sue - già ottime - esibizioni ancor più notevoli. Anche Prieto, seppur giovane, fa ormai parte del circuito internazionale del pianista caraibico: la simmetricità dei suoi tocchi spalanca le porte ai cambi di ritmo senza sfumature. E’ un brusco contaminare l’inizio e la fine d’ogni cosa, in un dispettoso gioco a tre che ha innanzitutto il merito di spogliare Camilo dal protagonismo e, in secondo luogo, di esaltare l’irriverenza di questo trio.

CataniaJazz ha fatto centro: il gradimento è stato pressoché unanime; a pochi passi dall’uscita, si parlava già di concerto memorabile. E a dir la verità, dopo due bis e una standing ovation, il sospetto aveva colto un po’ tutti.

Appuntamento al 17 dicembre, con Paco de Lucia e nutrito seguito di ben sette musicisti. Servono presentazioni? Se sì, fate un salto su CataniaJazz.it.

- PHOTO-GALLERY di Luca Petralia


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