Una conversazione-fiume di tre ore restituisce ospitalità all’uomo e allo storico Salvatore Lupo sul tema che più ha esaltato, nel corso della sua carriera, la compiutezza di un metodo come marchio di fabbrica.
È stato un vero e proprio banchetto storiografico, « forse un po’ troppo concorde », come apostrofa lo stesso Lupo ; la presentazione del volumetto "Che cos’è la mafia. Sciascia e Andreotti, l’antimafia e la politica" è stata, com’era prevedibile, un ottimo pretesto per inquadrare diversi scenari controversi e fare il punto su allineamenti e storture nei binari della lotta alla mafia.
Tracciare architetture di raccordo tra fatti ormai storicamente acquisiti ed eventi che, tutto sommato, pertengono ancora a una « storia del presente », come fa notare Luciano Granozzi, è tanto facile quanto esemplare. Si veda la curiosa corrispondenza tra l’omicidio Notarbartolo - 1893, primo cadavere eccellente per mano mafiosa - e la stagione moderna, che ha accompagnato la Prima Repubblica, imperniata sui rapporti di fiducia con gli uomini forti della politica e della finanza, Andreotti über alles in ottima compagnia di Vito Ciancimino e Salvo Lima. Più di un secolo fa, infatti, la storia delle collusioni tra mafia e politica si apre proprio con l’impunità, nonostante la responsabilità accertata, per il deputato della Destra Storica e banchiere Raffaele Palizzolo, mandante dell’assassinio dell’ex sindaco di Palermo, Emanuele Notarbartolo. Il raggio è ancor più ampio se si pensa che il grado di corruzione complessivo interessò anche la magistratura, tanto che Palizzolo, grazie alle sue "protettive" amicizie, fu assolto in secondo grado. Saro Mangiameli ce lo descrive come momento inaugurale delle operazioni di « livello alto » della mafia.
L’evidenza, come ben fa notare Ivan Lo Bello, presidente di Confindustria Sicilia, è che si è sempre soprasseduto con grande noncuranza, nella specificità siciliana, sull’espansione della macchia mafiosa, sulla sua trasversalità e sulla capacità sistemica che di conseguenza acquista nel rapporto con lo Stato legale. Cedere il passo all’idea che « la mafia è sempre esistita, allo stesso modo di dire che è onnipotente », ci avverte Salvatore Lupo, le produce un servizio e la « giustificazione di una certa viltà morale », rendendoci « fiacchi ». Innanzitutto « è impensabile ridurre agli stessi soggetti » un meccanismo di criminalità ben più ampio delle stime della cosiddetta Mafia Spa. « La mafia non è un’azienda », glissa Lupo, « quello di cui si discute è un settore economico, ma non è il solo. Ed è una delle proposizioni più grosse, in quanto fatte in buona fede, che anziché spronarci, ci deprimono. Abbiamo davanti un nemico midiciale, ma non talmente tanto. Non è un nemico unico, casomai è un problema sistemico. E poi c’è un problema di nemici identificabili, di complici e protettori ».
Su queste fondamenta il sistema mafioso costruisce il proprio controllo sul territorio. Che poi è nei fatti, come precisa Claudio Fava, « la dimostrazione di una egemonia che è anche culturale, non solo militare ». È qui che entra in partita, ad esempio, il ruolo morale del soggetto mafioso. Lupo precisa : « Il metodo della critica delle fonti ci aiuta a capire a che cosa serve la mafia, a come passano a dialogare con quello che sta fuori di loro. Il problema della mafia è la dialettica tra quello che sta dentro e quello che sta fuori. Nella complessità delle sfumature di questa linea ».
Esistono, infatti, degli atteggiamenti che sono rimasti o sono mutati molto poco. « La mafia promette protezione dalle minacce che essa stessa crea. un organizzazione di uomini dei disordine che promettono di essere uomini d’ordine. Il rimedio omeopatico alla violenza ». Eppure, nonostante la variazione - spesso drastica - dei mercati e degli stili di vita, la società continua stabilmente a essere accompagnata dallo stesso metodo mafioso. Perché « questo metodo ha successo, funziona. Funziona perché non è un sistema meramente criminale. Tant’è vero che molto più raramente si interessa di settori criminali e molto più frequentemente si interessa di settori economici legali ».
A questo punto, una citazione da Pirandello [1] innesca una riflessione di grandissimo spessore, che conduce alla summa reale, tangibile, della mentalità mafiosa : « Il problema del consenso si basa sul convincere la gente che la mafia si occupa davvero di mantenere l’ordine sociale, morale, culturale, sessuale, religioso, politico, tutelando una società moderna che autodefinisce se stessa come tradizionale. Le ragioni vere per cui i sacerdoti sono così indulgenti nei confronti di questo peccato è che questo peccato non confessa se stesso, poiché i mafiosi si dicono realmente favorevoli al mantenimento dell’ordine sociale ».
A corredo di queste disamine, si sviluppano le interessanti critiche a due figure chiave del binomio mafia-politica, vale a dire Leonardo Sciascia e Giulio Andreotti. Sul primo, nasce un dibattito riguardo alla celebre invettiva contro Borsellino e i "professionisti dell’antimafia" sulle colonne del Corriere, nel 1987 [2]. La questione scaturiva dalla richiesta d’incarico a procuratore di Marsala avanzata da Borsellino, reo, secondo Sciascia, di voler fare carriera con l’antimafia. In molti ebbero a criticare la sua accusa, i magistrati Caselli (che allora era al Csm) e Ingroia, lo stesso Claudio Fava, Riccardo Orioles [3], il celebre comunicato del Coordinamento antimafia, che ne determinò l’estromissione morale dalla "società civile", definendolo senza mezzi termini un « quaquaraquà ». Salvatore Lupo non ha dubbi : « è evidente », dice, « analizzando il testo, che Sciascia fu indirizzato da qualcuno a dire quelle cose su Borsellino ».
La chiusura è tutta sull’opportunità storica del processo Andreotti [4], sulla dura sentenza di condanna [5], assunta formalmente dall’opinione pubblica e dalla stampa [6] come assoluzione, nonostante si tratti di reato commesso, ma caduto in prescrizione, e la sentenza parli di « amichevoli e anche dirette relazioni del sen. Andreotti con Stefano Bontate e Gaetano Badalamenti, propiziate dal legame del predetto con l’on. Salvo Lima, ma anche con i cugini Salvo, essi pure organicamente inseriti in Cosa Nostra ».
Una nota finale, triste : è confortante, sì, sapere che, una volta alzatosi dalla sedia, Salvatore Lupo ritornerà a lavorare sulla storia della mafia per permetterci, « con la memoria, di collocare le cose nel tempo » ; lo è meno pensare che ciò accadrà fuori da Catania, per quel maledetto vizio [7] che, in quest’occasione, vista l’assenza delle parti in causa di allora (gli storici di Lettere e Filosofia), continua a rinnovarsi.
VIDEO : MEGARON TV
1. Interventi di Luciano Granozzi e Rosario Mangiameli
2. Interventi di Ivan Lo Bello e Claudio Fava
3. Intervento di Salvatore Lupo
Notes
[1] "Nessuno ci credeva, e nemmeno credeva lui che gli altri ci credessero.". La lega disciolta, , "Novelle per un anno - La giara", 1928
[2] Leonardo Sciascia, I professionisti dell’antimafia. Corriere della Sera, 10 gennaio 1987
[3] Riccardo Orioles, Il vate e il potere, Società Civile, 1987
[4] Andreotti innocente ?, dossier di "Società Civile"
[5] Sentenza della Corte d’Appello di Palermo, a carico di Andreotti Giulio, 2 maggio 2003, poi resa definitiva dalla Corte di Cassazione il 15 ottobre 2004
[6] Articolo di Repubblica, 28 dicembre 2004
[7] Catania dà il benservito a Lupo, Girodivite, 2004












