Simbolismo noir per Così è (se vi pare)

giovedì 10 aprile 2008, di Alessia Zuppelli

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Rappresentazione indipendentemente variabile, del pirandelliano Così è (se vi pare), quella andata in scena mercoledì 9 aprile al Teatro Verga, per la regia di Guglielmo Ferro. Commedia scritta nel 1917, sotto il segno di un primordiale sperimentalismo, rappresenta il punto di partenza di uno di quei temi tanto cari al genio, che svilupperà con interiore scompiglio nella sua ultima produzione, come la follia, il doppio, l’illusione, la maschera, e la già “corda pazza” dell’anteriore Il berretto a sonagli.

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Guglielmo Ferro

Qui lo svolgimento della rappresentazione è mosso da una irrefrenabile, grottesca e gretta sete di Verità. Principio, valore, o “fine ultimo” dei personaggi (costretti ad essere tali) di quel “capoluogo di provincia”, i quali, riuniti come nel più spassoso porto di mare, rappresentato dalla casa del Consigliere Agazzi (Federico Grassi), cercano di indagare, con tono sentenzioso e inquisitorio riguardo la strana vicenda del Signor Ponza e della Signora Frola, sua suocera, interpretata da un’applauditissima, fin dalla sua entrata in scena, Ida Carrara.

Scenografia segnatamente pre-simbolista, dove il salotto borghese pirandelliano si tramuta in una tetra stanza in cui gli unici mobili, tre sedie ed una panca, sembrano sproporzionatamente ingranditi, forse proprio come l’impazienza e la tenacia che i personaggi dedicano al caso, e la melodia da tragedia greca, che corona la quasi macabra atmosfera. Se la commedia è considerata come parodia della tragedia, in questa rappresentazione si potrebbe riscontrare il contrario. Mis en scène, questa, che trasforma la commedia in tragedia.

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Le “nobildonne” (e non solo) della commedia, La Signora Amalia (Barbara Gallo), moglie dell’Agazzi, la figlia Dina (Francesca Ferro), la Cini (Lydia Giordano), la Sirelli (Luana Toscano), la Nenni (Manuela Ventura), il Girelli, apprendono dalla Signora Frola come la sua figliola sia sempre chiusa in casa per una frenesia d’amore del genero, accusato inoltre di essere pazzo, in quanto, in seguito ad una cura della moglie Lina presso una casa di salute, e trovandola rifiorita, non la riconobbe più e pensò comunque di sposare quella donna, Giulia.

Supervisore di questa strana indagine, con atteggiamento squisitamente ironico ma razionale è il Laudisi (Mariella Lo Giudice, decisa e quasi superba, fra una sigaretta e l’altra) nel quale la critica ha rivisto Pirandello stesso. Un personaggio retorico, saggio a suo modo, perché “sa di non sapere”; Laudisi il quale sembra avere come unica arma tagliente il riso, trionfo del relativismo, quasi simbolo di un umoristico distacco rispetto a certe futilità. Paladino della razionalità e al tempo stesso della filosofia, apripista nel primo atto di quella che sarà la tematica fondamentale di Uno, nessuno e centomila: la maschera. L’Io che si vede in un modo, Egli che lo vede in un altro modo, Loro che lo vedono in un altro modo ancora, giungendo così ad identificarsi nel nulla, nella concretezza di nessuno, in un fantasma! Un essere, una “cosa” qualunque, racchiusa nella forma di un’amara illusione e della fictio. Fantasmi i personaggi di questa opera, sempre pronti ad inseguire la verità altrui senza conoscere, in realtà, quella loro.

Alla verità della Signora Frola, si contrappone quella del genero Signor Ponza, un frenetico agitato, grottescamente patetico, eccezionale nella sua interpretazione Pino Micol, che sostiene invece la pazzia della vecchietta, affermando che la figlia della signora è morta, ma che quando lo rivide con la sua nuova moglie Giulia, le parve di vedere la sua figliola. Così per non recarle altro dispiacere assecondò questa sua convinzione facendole credere ciò che le pareva.

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Scambio dunque, di illusione e di forme, di accuse e di pazzia, di fronte alle curiose ed enfatiche espressioni dei personaggi, tese e celare qualcosa di misterioso, di intimo, qualcosa da proteggere proprio con l’inganno. In quella “dittatura della comunicazione” come la definisce il regista Ferro, attraversata da quel codice di apparenze, diventa addirittura necessario far intervenire il Commissario Centuri (Emilio Torrisi), colui il quale “può”, vista la sua posizione; egli, sempre attraverso il gioco dell’inganno e la complicità di chi vuol sapere a tutti i costi, anche a quello della dignità, conduce nel salotto Agazzi, colei che per lampo di genio dei Laudisi , dovrebbe rappresentare la verità, ovvero la moglie del Ponza. Quando Lina-Giulia, apollinea, compare in scena in delicato e velato abito da sposa, non fa altro che confermare il nulla, come se ella stessa fosse un fantasma. Uno svelamento che non svela niente, dunque. Lei è quella che gli altri credono sia. Probabilmente il Laudisi, intendette bene nel primo atto, tutta questa bizzarra faccenda: la verità consiste nell’anima dei due “pazzi”. Una grande fictio, incapace di dar Verità allora, o ancor di più, una “grande pupazzata”, come avrebbe detto il girgentino!


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