Cinema: "Capote" e "Infamous" a confronto

Truman Capote, due memorie contemporanee

venerdì 23 febbraio 2007, di Roberto Pirruccio

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Truman Capote è stato per molti (ed è ancora, probabilmente) il più celebre giornalista statunitense. Uno spirito sensibile e irriverente, connotato da innata sregolatezza - gradita alla high society - e profondissimo sentimento. Non per caso, dalle sue mani nacque il genere letterario del romanzo-documento; da ogni suo scritto traspare per filo e per segno il carico emotivo che lo ha accompagnato durante le fasi di ricerca.

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Andy Warhol e Truman Capote

Nel 1948, come se stesse «scrivendo le parole di una voce da una nube», Capote crea Altre voci, altre stanze. Nel 1959, dopo un soggiorno in Grecia, torna negli Stati Uniti, dove era appena stato pubblicato il suo Colazione da Tiffany. Viene accolto con un entusiasmo inedito, diventa un giornalista acclamato. E poi l’omonimo film del 1961, la Hepburn-Holly Golightly, le note di Moon River. Siamo in una fase esplosiva, Truman Capote è maledettamente atteso.

Proprio a ridosso del successo del libro, però, il 16 novembre 1959, Truman legge un articolo sul New York Times che sconvolge letteralmente la sua vita. Una famiglia del Kansas viene brutalmente massacrata nella propria abitazione di campagna, senza alcuna apparente motivazione.

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Truman Capote

D’ora in poi, in lui matura un climax di devozione e dedizione. Il proposito di un articolo di cronaca nera per il New Yorker si trasforma nella prospettiva intima e cruda di verificare, comprendere, sviscerare le ragioni dell’animo umano. Capote vive una tensione amorosa (ai limiti del sessuale) con uno dei due assassini, Perry. E tutto ciò lo strazia, perché estende la sua missione professionale e la trasforma in un’ingestibile guerra interiore, per la quale è disposto anche a mentire e a rinunciare alla sua vita da protagonista del jet-set. Questo è A sangue freddo, 1966.

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Philip Seymour Hoffman nei panni di Truman Capote
Capote, 2005

Philip Seymour Hoffman, nel 2005, produce ed interpreta Capote (it. Truman Capote: A sangue freddo), diretto dal giovane Bennett Miller. Ne risulta una prova sofferta e intensa, che gli vale un meritato Oscar. Nel complesso, però, la pellicola vive un po’ di stanchezza, si ancora ai paesaggi urbani, allestisce un’introspezione scivolosa.

Rischio tangibile del voler raccontare una vita, pur avendo a disposizione un tema cinematograficamente molto più appetibile, cioè un pluriomicidio, una crime story, che troppo però avrebbe distolto dal senso biografico dell’opera.

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Toby Jones nei panni di Truman Capote
Infamous, 2006

Stesso taglio e stesso rischio aleggia su Infamous, presentato nel 2006 a Venezia. Cast stellare, a cominciare da un Toby Jones all’altezza di Hoffman. Il regista e sceneggiatore Douglas McGrath è bravo nella narrazione: coglie, forse più di Miller, il senso di A sangue freddo: il suo film è anch’esso romanzo-documento, perché, mentre racconta la vita di Capote, fa intervenire i personaggi in delle finestre-intervista, di grande utilità nella ricostruzione del carattere di Truman.

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Truman Capote: A sangue freddo
Locandina italiana del film

Dettaglio facilmente riconducibile agli screenplay: Capote si basa sulla biografia best-seller di Gerald Clarke, Infamous, sul ricordo del poliedrico scrittore e giornalista George Plimpton. Il primo esprime una catena poco efficace, dove la sceneggiatura è curata da Dan Futterman e passa nelle mani di Miller (che di suo non aggiunge una virgola), nel secondo è direttamente McGrath a incollare il proprio stile registico tra canale testuale e audiovisivo.

Risulta chiaro che Infamous non è un capolavoro, ma è altrettanto evidente che abbia risentito del clamore suscitato da Capote e del seguente esaurimento d’interesse dovuto al boom mediatico già concluso (leggasi: agli Oscar già assegnati).

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Una scena da Infamous

A onor di cronaca, nel 1967, Richard Brooks mise su un ottimo documentario - In cold blood - incentrato sulla specificità dei fatti raccontati da Capote. Efficace e da vedere, per comprendere l’avanguardistico sguardo del giornalista.

Truman Capote è morto a 60 anni nel 1984, in seguito a complicazioni dovute all’alcolismo. Non è mai riuscito, dopo A sangue freddo, a scrivere un altro libro per intero. La sua è diventata, soprattutto per gli Stati Uniti, una storia esemplare, ma - ahinoi - trasversalmente di consumo.

Questi film vanno perciò intesi più come una dedica a un uomo speciale, non avendo presupposti qualitativi per essere ricordati, oltre che ricordi.


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