Ha debuttato il 26 marzo, presso il Teatro Verga, Danza di morte, di August Strindberg, nella versione diretta da Marco Bernardi sulla traduzione dall’originale di Franco Perrelli, profondo conoscitore del teatro scandinavo; la produzione è del Teatro Stabile di Bolzano e le interpretazioni di Paolo Bonacelli, Patrizia Milani e Carlo Simoni.
Strindberg scrisse Dödsdansen nel 1900; il suo traduttore tedesco, Emil Schering, trovandosi a Stoccolma proprio nel periodo in cui l’opera fu ultimata, probabilmente lesse per primo il testo e manifestò apertamente le proprie riserve all’autore, sostenendo che la pièce fosse eccessivamente violenta. Quasi certamente fu ciò a spingere l’artista a scrivere una seconda parte, finita nel 1901, la quale si può leggere nell’edizione che teniamo presente in questa sede, edita da Einaudi nel 1989 con la traduzione di Attilio Veraldi. Si perdoni la celerità con cui liquidiamo la sopradetta seconda parte, essendo, a parere di chi scrive (e non solo), un’aggiunta non troppo felice e che rientra sostanzialmente nei canoni di un naturalismo di conserva, anche se non del tutto priva di spunti.
Quella andata in scena al Teatro Verga è dunque la stesura originaria, che vede dipanarsi organicamente un episodio di diversione dalla quotidianità, all’interno della vita, ormai circolarmente definita, di due coniugi, Edgar, capitano d’artiglieria, e Alice, ex attrice. La coppia vive da venticinque anni rinchiusa tra le mura di una fortezza isolata, una ex prigione; dei quattro figli, due sono morti («per la mancanza di luce», come afferma Alice) e gli altri due sono stati mandati in città a studiare, allo scopo di allontanarli dal male che sembra regnare in quella stanza circolare da cui si vede il mare, o forse per mantenere intatta una relazione, quella tra Edgar e Alice, ormai fondata su un miracoloso e discreto equilibrio del terrore.
Il non-idillio coniugale, condotto con i moduli della messa in scena teatrale, vede Edgar, interpretato da un Paolo Bonacelli che legge con grandissima proprietà un personaggio difficile da incarnare, rappresentare un ufficiale, tutto stretto nei brandelli della sua perduta (o forse mai avuta?) autorità, e Alice, portata sulla scena da Patrizia Milani con una recitazione mai sopra le righe, ma sempre attenta alle numerose spigolature del personaggio; Alice, si diceva, che ha lasciato il «suo teatro», sedotta, illusa dal capitano, che le ha fatto intravedere la bella vita e invece ha saputo regalarle solo una lunga tortura infernale. Questo sembrerebbe lo stato delle cose, ma serve un terzo elemento per scatenare il dramma, come frantumazione del gioco delle parti messo in essere dai due. E questo elemento è Kurt, ispettore di quarantena e cugino di Alice: sarà lui a far detonare un meccanismo drammaturgico perfetto, circolare e tremendo, che si chiuderà infine ancora con Edgar e Alice, vicini, pronti a continuare il loro balletto sull’orlo del baratro.
Si diceva dell’ambiente all’interno del quale si svolge l’azione, opprimente, decadente; a questo proposito un plauso è d’obbligo per Gisbert Jaekel, che cura le scene, e per l’ambientazione sonora, di Franco Maurina, con un vento che non smette di soffiare, impetuoso, al di là del dramma.
Visto e considerato il timido applauso finale reso agli artisti, e i commenti uditi in uscita dalla sala, è venuto spontaneo chiedersi quanti degli spettatori avessero preventivamente letto l’opera di Strindberg; ma questa è (purtroppo) un’altra storia.





