Lo scafandro e la farfalla (Le scaphandre et le papillon il titolo in francese) ha per argomento una storia vera. Vera perché possibile, vera perché realmente accaduta, vera perché terribilmente umana nei suoi tratti. Il protagonista della vicenda è il giornalista francese Jean-Dominique Bauby, direttore della rivista Elle, colpito da un ictus che lo ha “intrappolato” nel proprio corpo per un anno e due mesi. Durante quel periodo egli è riuscito però a comunicare le proprie sensazioni attraverso il solo battito di una palpebra ed a scrivere un libro, presto divenuto celebre in Francia.
È da questo libro che Julian Schnabel ha preso le mosse per comunicarci la sua versione della storia. Una storia che contiene già in sé tutti gli elementi per impressionare lo spettatore. La tragedia di un uomo, la sofferenza di un amante, l’impotenza di un padre, lo struggente dolore di un figlio. Il lento “inabissarsi” del personaggio in una dimensione di solitudine, il disperato “aggrapparsi alla sua umanità”, solo per non scomparire, solo per non rendere il suo corpo sarcofago della sua mente, il suo aggrapparsi agli unici due appigli possibili, la memoria e l’immaginazione. C’è tutto dunque per commuovere e far riflettere, ma nonostante questo il film non è mai banale, il regista non culla mai nelle scelte semplici e scontate. La telecamera in soggettiva per tutta la prima parte del film ci costringe a rimanere inchiodati alla nostra poltrona, chi schiaccia contro lo schienale, ci consente di sentire fisicamente il film, sulla pelle, contro il petto ; la voce fuori campo ci permettete invece di entrare nella testa di Jean-Do (soprannome del protagonista), in modo da sdoppiarci, da renderci doppiamente coscienti, doppiamente partecipi, ci permettere di essere allo stesso tempo il malato ed il mondo che lo circonda.
Ed in fondo doppia è anche la natura del film che da un lato ricerca appunto una spregiudicata naturalezza, un realismo spesso duro e quasi fisico e contemporaneamente dall’altro lato si perde in un universo simbolico e metaforico, a volte persino onirico ed immaginativo. Il titolo stesso, del resto, è partecipe di questo sostrato metaforico ; lo scafandro è il chiaro emblema del lento “inabissarsi” del protagonista, della sua costante perdita dei suoi rapporti umani, della lenta conquista di una solitudine sconosciuta, è il “sarcofago” dentro cui il nostro sepolto vivo è costretto a rimanere chiuso, la farfalla è il chiaro contraltare al primo elemento. È il simbolo della leggerezza del volo, della bellezza, di una bellezza che sbattendo traballante le ali (non a caso il battito delle ciglia del malato ricorda il battito d’ali d’una farfalla ) ruota maldestramente attorno alle cose, le tocca e le sfiora. Ma la farfalla è anche il simbolo di una bellezza rinchiusa e mortificata, costretta ad attendere di potersi finalmente liberare per intraprendere il volo.
Così il cinema mostra ancora una volta la sua capacità di andare oltre il muro delle cose. Il cinema, come l’arte, può raccontare e squarciare il velo della realtà, può universalizzare, soggiogare, “mostrare” non nel senso strettamente fenomenologico, ma in un senso più profondo, dimesso, interiorizzato. La vicenda di Jean-Do, di fronte ad uno schermo diventa la vicenda di ogni uomo, di ogni nostro bisogno d’amore, d’affetto, di compassione, di gioia, ma anche della nostra sconfinata forza di rimanere appigliati alla vita. Non a caso la parabola segue un suo corso che inevitabilmente la porta a tornare su se stessa, perché per sopravvivere, per riamanere uomo, Jean-Dominique Bauby ha scelto di raccontare, ha scelto di rendere partecipi gli altri della sua situazione ; come il cinema, come l’arte, come il film stesso, come il regista che lo ha realizzato. Perché a volte per tentare di capire alcuni piccoli misteri di questa nostra vita non servono grossi miracoli, né libri sacri, né riti propiziatori, basta semplicemente fermarsi a riflettere ed ascoltare e capire come ogni cosa abbia al suo interno la più grossa e violenta sofferenza, ma anche la più tenera delle gioie e delle passioni.





